#Storieinunafoto 2

14592016_1677806202534509_6466205312897515520_nLo guardò dal basso e ne rimase colpito. Pochi giorni prima, Luke era solo un italoamericano proprietario di una catena di distribuzione che importava food and beverage negli USA. In quello spompo martedì d’agosto invece fronteggiava il suo passato e guardava le rovine di un castello che era stato dei suoi antenati.

 

  • E tu che ne pensi? Che storia avresti inventato? Twittamela o inviamela su Instagram! @giogiaccio è il mio nick!
storie-foto

#Storieinunafoto. Quando le avventure nascono dalle immagini

È bene fare una premessa, anzi due: scrivo questo post per spiegarti cosa potrai vedere nelle prossime settimane su questo blog. Non sono un fotografo. Mi piacerebbe saper fare belle foto ma c’è qualcosa che mi manca (tecnica, perlopiù) perciò comprenderai che gli scatti pubblicati non sono perfetti. Non rispettano alcuna regola ma raccontano qualcosa.

Sono sempre stato una persona che tende ad immaginare, forse anche troppo, e quando catturo uno scenario o un dettaglio non posso fare a meno di crearci una storia. Brevissime avventure che racconto da ottobre 2016 sul mio account Instagram.

Non so se sia una mia peculiarità (in tutta onestà non credo: non sono così speciale!) ma mi scopro sempre ad inventare passati improbabili o possibili futuri per i soggetti delle mie foto e così li condivido.

Come scrivevo prima, da ottobre 2016 ho creato una raccolta di brevi racconti che ho riunito su Instagram con l’hashtag: #storieinunafoto (un po’ come avevo fatto in precedenza con “Una storia in una foto” che era troppo ridondante) e che, a partire da oggi, pubblicherò anche qui nella sezione storie – per l’appunto.

Ti chiedo, se ti va, di darmi un tuo feedback. Che ci vederesti in quelle foto? Twittamelo o contattami su Instagram. Per entrambi i social, il mio username è: @giogiaccio.

Ed ora non mi resta che lasciarti alla prima lettura. Buon divertimento!

 

 

Storie-foto-big-city-life-tormarancia

#Storieinunafoto 1

Quel sabato mattina avevo fretta. Mi stavano aspettando per il pranzo e la metro da Tiburtina a Garbatella ci aveva impegato una vita a fare la tratta.
Il bus era arrivato dopo una vita e sapevo che la pasta era quasi pronta. Scesi dall’autobus velocemente e vidi il primo dei graffiti di Tormarancia. Un misto di curiosità e tristezza mi avvolse. E cominciai a fare foto. Il suo sguardo così intenso mi fece perdere la cognizione del tempo. Poi, il telefono squillò: “Muoviti! Ti vedo dalla finestra! La pasta si scuoce”. Due giorni dopo ci perdemmo nel parco della street-art che ha fatto il giro del mondo.Storie-foto-big-city-life-tormarancia

Internet: lavoriamo ovunque ma non “stacchiamo” mai

Sto per scrivere una cosa ovvia e scontata (quindi siete avvertiti): la nostra è una vita costantemente connessa. Pensateci: quanto tempo trascorrete senza essere collegati ad internet? Personalmente sono offline solo durante lo spinning (2 volte a settimana, 1 ora a lezione) e quando dormo. Per il resto sono online; perciò mi sono chiesto ma tutta questa connettività inciderà sul mio lavoro?

always-connectedLa risposta è sì. Certo che sì.
L’altro giorno leggevo un interessante articolo in cui Jessica Simonetti metteva in evidenza un aspetto tanto importante quanto sconosciuto: c’è un’abissale differenza tra l’essere occupati e l’essere produttivi.

La copywriter infatti nel post – pubblicato sul blog di Ninja Marketing – evidenziava quanto le due cose fossero differenti. Mentre è chiaro a tutti cosa significhi essere occupati, ad alcuni (come me che non mi ero mai soffermato a pensare a questa sottigliezza) sfugge il senso dell’espressione “essere produttivi” ovvero ottimizzare il proprio tempo per conseguire gli obiettivi che ci si era prefissati.

Ma allora, vi starete chiedendo, qual è il nesso tra la produttività e le nostre vite always-connected?
Bé, non ci vuole un genio a capire che il trillo di whatsapp è una delle distrazioni più deleterie che ci siano al mondo. Vogliamo poi parlare di Facebook? Sul Social di Zuckerberg un adulto passa circa 10 ore a settimana per scrutare la vita altrui, come ci spiega Giuseppe Colaneri. E Instagram? Quante volte sospendete ciò che state facendo per dare una scrollatina all’homepage del social tutto immagini?
Solo per scrivere questo pezzo ho perso 15 minuti su Twitter, intrattenendo una conversazione con sconosciuti. Dunque è un dato di fatto: lavoriamo su internet ma la rete è anche il nostro peggior nemico.

Sempre ieri, in una community di Social Meda Marketing, si parlava delle potenzialità che la connettività ci offre come la possibilità di lavorare ovunque. Infatti possiamo rispondere alle e-mail dei clienti in treno, aggiornare il blog aziendale in un bar o seguire un webinar sulla corriera. Pregi, è certo, ma anche molti difetti.

Io sono un procrastinatore nato. Tendo a rimandare tutto ciò che è rimandabile – come la maggior parte di noi – perciò il fatto che possa portarmi il lavoro ovunque mi spinge spesso a dedicarmi ad alcune task nei week-end, quando invece potrei stare a divertirmi. In molti asseriranno: non è colpa della rete. È colpa tua! Evidentemente sei poco concentrato, poco produttivo – citando Simonetti.
Tutto sommato non è sbagliato. Sicuro c’è del mio ma siamo onesti: voi non rimandate mai nulla, sapendo che potrete farlo col vostro portatile sul divano di casa?

kitkat-freeno-wifizone

A poco servirebbero anche tutti quegli spazi “No WiFi Zone” dove non c’è connessione; sappiamo che appena fuori da quei bunker torniamo a cercare la rete. Adoro andare a mangiare negli agriturismi dove non c’è nemmeno il segnale per le chiamate ma, un secondo dopo aver ritrovato la mia amata H+ sul display, la prima cosa che faccio è un rapido check a Whatsapp.

Dunque quale potrebbe essere la soluzione, sopratutto quando Internet, i social network e le app sono i tools del tuo mestiere?
Esistono numerose APP che ci consentono di evitare le distrazioni ma credo che del sano autocontrollo sia la risposta ad ogni problema. Un self-control al quale andremmo educati. Non sarà facile ma alla fine ne guadagneremo in termini professionali e sociali.

Dettaglio del Miglio Giallo a Sofia

Diario di bordo: Il Miglio Giallo

Preparando il nostro viaggio a Sofia, io e miei amici naturalmente abbiamo googlato numerose volte la capitale bulgara, alla ricerca di tappe, punti di interesse e mete da visitare. Tra queste, siamo incappati nel cosiddetto “Miglio Giallo“, uno stradone – della lunghezza di circa un miglio – caratterizzato dalla pavimentazione gialla.

img_9789

La Galleria Nazionale d’Arte

Personalmente, ero davvero molto curioso di percorrere il Miglio Giallo. Non vedevo l’ora di fotografare quei caratteristici mattoncini e di camminarci sopra per raggiungere le numerose attrazioni che si dislocano lungo il viale (come la Galleria Nazionale d’Arte – in foto, ndR) ma non sapevo che quel corso nascondesse così tante insidie.

 

“Ed ora siamo sul Miglio Giallo; una strada che i cittadini odiano. Sia perché ci è costata moltissimo sia perché, come noterete, si tratta di una strada molto viscida” ci ha spiegato la nostra guida turistica. Finalmente – mi sono detto – lo vedrò. Così afferro la mia macchina fotografica, vado per poggiare un piede per terra e mi rendo conto che quel pavimento è una saponetta. Ci metto un attimo a capire di dovermi subito fermare, prima di fare una piroetta in pubblico. E qualche secondo dopo inizio a notare che tutti i turisti del mio gruppo, scesi dal marciapiede, cominciano a camminare come pinguini.

Dettaglio del Miglio Giallo a Sofia

Dettaglio del “Miglio Giallo” a Sofia

Un attimo dopo eravamo lì; una carovana di persone che facevano passetti piccoli, come se stessimo giocando a “Regina reginella” e la regina ci avesse detto di fare 1000 passi da formica. Tutti quanti in bilico tra la vita e la morte, l’autostima e la dignità per sempre perdute.
Straordinariamente, superiamo la traversata, raggiungiamo l’altro marciapiede e il nostro tour prosegue. (Lo ammetto: eravamo tristi e sollevati contemporaneamente. Mentre una parte di noi era felice per non aver fatto buffe cadute, un’altra pensava: “però se quella tizia impellicciata fosse ruzzolata a terra, sai che risate?!).

Ad ogni modo, nonostante numerosi sforzi, non ce l’abbiamo proprio fatta ad evitare il famigerato Miglio Giallo. Infatti, così come tutte le strade portano a Roma, nella capitale della Bulgaria, l’assetto viario sembra convergere lì, dove le assicurazioni e gli avvocati fanno i soldi; sul Miglio della morte. Coperto subdolamente dalla neve – che è caduta copiosa per tutto il nostro soggiorno – il miglio ci aspettava in silenzio, come la temibile Vipera della morte australiana e, di tanto in tanto, ci sentivamo urlare: “MIGLIOOOO!”.

Ricordate quando giocando in strada avvertivate i vostri amici con “MACCHINAAAAA” per scongiurare brutti incidenti? Bene, noi facevamo lo stesso. Chiunque scoprisse per primo quella trappola mortale, poggiando il piede sul pavimento e, conseguentemente, irrigidisse tutta la spina dorsale nel tentativo di sconfiggere la forza di gravità, era automaticamente obbligato a salvare la vita altrui.

E, sorprendentemente, ce l’abbiamo fatta. Attenzione: siamo caduti lo stesso. Ma non sul Miglio! E questa è già una grossa soddisfazione.

 

 

La multimedialità è un must e i giornali locali dovrebbero investire nell’inchiesta. Parola di reporter

giorgio-cabecera-lowHunger for bees” è il nome del reportage, supportato dal Centro Europeo di Giornalismo, che vede tra le sue autrici Adelina Zarlenga. È proprio alla giovane giornalista molisana che ho rivolto qualche domanda per una breve intervista.

Cominciamo dalle basi. Ricostruiresti per Gio’s Paper la tua carriera in tappe?
Terminato il liceo classico ho studiato Comunicazione Linguistica e multimediale all’Università di Firenze e successivamente, dopo l’Erasmus in Spagna, mi sono specializzata all’Università di Urbino in Editoria, Media e Giornalismo. Allora ho iniziato a collaborare con un giornale locale a Ferrara, con Ella Studio (ufficio stampa e di comunicazione di Parma specializzato nel settore dei viaggi) con il quale tutt’ora collaboro e, nel frattempo, ho cominciato a mettere radici in Molise e scrivere per alcuni giornali locali come “La voce del Molise” e “Primo Piano Molise”. Con quest’ultimo ho collaborato fino a dicembre dello scorso anno.

Parliamo del reportage. Come ti sei ritrovata in una cosa così grande?
Sì, un progetto che mi ha entusiasmato molto! La mia cara amica giornalista Monica Pelliccia con cui ho studiato all’università, in occasione di un viaggio in Molise a Capodanno 2016, mi ha proposto di lavorare ad un progetto giornalistico insieme e di candidarlo ai Journalism Grants. Insieme alla fotografa Daniela Frechero ci abbiamo ragionato su e abbiamo sviluppato il tema del declino delle api, con un focus insolito: quello della relazione con l’alimentazione e la sicurezza alimentare.

img-20160730-wa0016Perché proprio le api?
Quello del declino delle api è sicuramente un argomento molto sentito e se ne parla già da un po’. Tuttavia noi abbiamo voluto dargli una chiave di lettura differente concentrandoci sugli aspetti relativi alla nutrizione e alle ripercussioni sulla salute. Molti non mettono in relazione quanto gli impollinatori siano fondamentali per la produzione di cibo e per la produzione di alcuni micronutrienti che in certe parti del mondo, dove c’è un’agricoltura di sussistenza, sono a dir poco fondamentali.

Ma non è solo l’alimentazione dei Paesi in via di sviluppo a rischiare…
No, infatti. Senza le api la nostra dieta si ridurrebbe davvero a pochi elementi come pasta, cereali e poco altro più. Molti dei disagi, poi, sono causati dall’agricoltura industriale per la quale si fa un massiccio uso di pesticidi.

Si tratta di una conseguenza che la maggior parte di noi ignora. Parlando degli aspetti tecnici dell’inchiesta, quanto è durata la fase preliminare di ricerca?
Ovviamente le ricerche non finiscono mai. Si inizia su Google per reperire informazioni basilari e non si termina più. Ancora oggi continuiamo a documentarci per restare aggiornate. Ad ogni modo, la parte preliminare di studio è durata circa due mesi, un bimestre in cui tutte e tre (le autrici dell’inchiesta, ndR) abbiamo lavorato duramente per focalizzare la tematica. Poi si approfondisce e si continua…

Dunque c’è stata una ricerca preliminare, sono cominciati i viaggi quindi post-produzione e narrazione di tutto l’insieme di storie che poi rivelano al lettore i risultati della ricerca. Tu in che misura hai partecipato?
Io mi sono occupata con Monica Pelliccia delle storie italiane. Sempre Monica, project leader, insieme a Daniela Frechero ha visitato l’India; un viaggio di circa un mese in cui è stato raccolto molto materiale.

img-20160730-wa0019Siete riuscite a collaborare a distanza?
Certamente. Il contatto è stato continuo; grazie a Skype eravamo in collegamento: io mi tenevo aggiornata sugli sviluppi e continuavo a fare tutto il lavoro di desk fondamentale per arricchire l’inchiesta.

Quanto è stato utile internet?
Sicuramente ci ha aiutato moltissimo nella ricerca delle fonti, tuttavia è chiaro che, per un progetto del genere, la presenza sul campo è fondamentale. Anche in Italia abbiamo viaggiato per più di venti giorni.

Dunque per un anno sei stata corrispondente locale, giornalista d’inchiesta. Come si fa a far tutto?
Oddio… non è stato facile ma l’intera esperienza è stata davvero stimolante. Ho imparato a lavorare con intensità dove però sparisce l’immediatezza. È un qualcosa che manca quando ci si occupa di cronaca locale, anche se noi giornalisti siamo abituati a stare sempre sul pezzo.

La vostra è stata un’inchiesta multimediale. Oltre agli articoli e ai video avete scritto i testi per un fumetto (illustrato da Andra Lucio, ndR) che ha raccontato le storie delle persone intervistate e avete anche un video animato. La domanda è: secondo te la multimedialità è un must?
Sì! È il presente e sarà il futuro. Oggi assistiamo ad una convergenza di tutti i mezzi di comunicazione, di tutte le forme visive e scritte. Ciò da un lato è bellissimo perché è più creativo ma dall’altro implica che il giornalista sia un professionista con un bagaglio sempre più grande di competenze, che sia sempre più multitasking e che non smetta mai di aggiornarsi.

Benissimo. Allora tu cosa diresti a tutti quei colleghi che rifiutano il declino della carta stampata?
Dunque, che la carta stampata sia in declino è ormai un dato di fatto. È triste ammetterlo o rinunciare alla concretezza del testo scritto ma sicuramente siamo in un mondo digitale ed è inutile invertire questo processo.

ade-e-monica-reporter-apicoltriciD’altra parte, tagliando fuori la multimedialità vanno perse grosse fette di materiale. Penso, per esempio al ronzio delle api che si può sentire in una delle clip della vostra inchiesta…
Assolutamente! Questi sono scenari che possono essere raccontati ma partecipare a quella scena è diverso. Forse oggi abbiamo sviluppato un altro tipo di immaginazione, però il fatto di poter riportare davvero il ronzio delle api dà il valore in più… Dovremmo davvero imparare di più ad essere multimediali.

Sui giornali locali è possibile fare inchiesta?
Volendo si potrebbe fare benissimo ma c’è da dire che la cronaca locale è sicuramente più impattante; inoltre l’inchiesta presuppone un budget più elevato e più tempo a disposizione. Credo che però un tentativo vada fatto: investire su questa tipologia di giornalismo, sulle risorse umane e sperimentare di più.

Ultima domanda: quali i progetti per il futuro?
Beh, continueremo sicuramente con la promozione dell’inchiesta (pubblicata già su giornali nazionali e internazionali come Repubblica Le Inchieste, EFE Verde, The Hindu, New Internationalist). Il 1° febbraio presenterò il reportage a Vasto nell’ambito del congresso dell’apicoltura AAPI, invece a fine febbraio io e Monica Pelliccia saremo tra le protagoniste del Festival del Giornalismo Alimentare di Torino e poi abbiamo tantissime idee per nuovi lavori giornalistici. Da poco sono diventata una libera professionista (lavoro come giornalista freelance, ufficio stampa e mi occupo di comunicazione web e social media), perciò sono pronta a cimentarmi in questa nuova carriera. Ad ogni modo, consiglio a tutti di seguire l’hashtag #Hunger4Bees; ci saranno interessanti novità.

Diario di bordo: fuori rotta a Sofia

C’è qualcuno che dice che la vita è tutto ciò che succede mentre aspettiamo che si avverino i nostri sogni, che si realizzino i nostri progetti. Non so dirvi se questa sia una realtà assoluta tuttavia posso assicurarvi che durante un viaggio le migliori esperienze si fanno quando si va fuori rotta, tra una tappa e l’altra.

La nostra vacanza a Sofia era cominciata solo da poche ore e già era un disastro. Uno di noi non era potuto partire poiché (per una serie di sfortunati eventi, non scritti da Lemony Snicket) aveva dimenticato nella borsa dell’ufficio la sua carta di identità. Eravamo riusciti a trovare una soluzione: fargli recapitare il documento e quindi permettergli di partire con un aereo destinato alla capitale bulgara, alle 6 di sera.

47d71562-77ee-4c0a-91ed-65cd593175b2Dunque: tre di noi erano già a Sofia, mentre l’ultimo samurai stava per arrivare.

Erano le 4 quando abbiamo deciso di studiare la mappa dei trasporti pubblici per raggiungere l’aeroporto, recuperare il nostro amico e portarlo in salvo (come l’antico vaso dello spot di Montenegro). Durante l’operazione, però, qualcosa è andato storto e abbiamo impiegato due ore per fare un percorso che, stando a quanto dicevano le mappe, sarebbe dovuto essere di circa 30 minuti. Una lunga camminata che ci ha condotti nel mezzo di parchi, ci ha fatto costeggiare la tangenziale, fatto infradiciare (perché nel frattempo nevicava abbondantemente) e insudiciare (quando uno spartineve è passato con la pala bassa schizzandoci tutta la poltiglia grigiastra che raccoglieva dal manto stradale).

Siamo arrivati in aeroporto sfiniti, bagnati e anche alquanto stizziti (per non dire scazzati) ma felici di prendere l’antico vaso – il nostro amico. Perciò, dopo aver messo in scena un buffo teatrino, fingendo di non vedere il ritardatario da circa 70 anni, abbiamo divorato un cornetto (pagato solo 25 centesimi di euro, perché – ricordate – costa tutto poco) e abbiamo detto che “no, non avremmo preso nessun mezzo pubblico. Avremmo fatto i ricchi e ci saremmo regalati il taxi”.

73c7306f-5adb-466b-96cb-aeef8e42ecc6Mentre uscivamo dall’aeroporto abbiamo cominciato ad incontrare tassisti sospetti che ci proponevano corse a prezzi esorbitanti dicendo che il nostro hotel distasse il triplo del reale chilometraggio. Non ce la siamo fatta fare e abbiamo proseguito. Fuori, nel piazzale ormai coperto di neve, siamo riusciti a fermare una macchina. Abbiamo chiesto informazioni e il simpatico signore ci ha detto: “Diciamo che il mio turno è finito ma salite su”.

Sono passati pochi secondi prima che cominciassimo a fare due chiacchiere con lui. Ci ha spiegato che la neve fosse abituale, che la città – tutto sommato – la vive con normalità, anche se avevamo avuto la fortuna di soggiornare a Sofia nella settimana più fredda dell’anno. Ci ha parlato del fatto che erano molti gli Italiani, soprattutto nei periodi più caldi, a scegliere la capitale come meta dei loro week-end; non sono mancate le informazioni turistiche: “provate le zuppe. Sono tutte buone perciò non posso consigliarvene nessuna in particolare. Provatele e lo scoprirete”.

A quel punto il sodalizio era fatto, l’amicizia c’era quindi mancavano solo le presentazioni. “Mi chiamo Jordan” ha detto l’uomo, che in un primo momento è sembrato incuriosito dalla domanda.  Poi, quando ha capito che era solo una domanda di cortesia:”Domani è il mio onomastico perciò non lavorerò e porterò la mia unnamedfamiglia in un ristorante” ha continuato a raccontare con il sorriso sulle labbra aggiungendo che avevamo scelto un buon hotel, vicino al centro e ai punti di interesse. Stavamo per arrivare quando Jordan ha deciso di regalarci una chicca, un consiglio – come si fa con i figli. “Scaricate Taxi Me. Non solo vi aiuta a trovare un taxi in pochi istanti ma vi dà anche dei prezzi agevolati perché è un’applicazione che in genere usano solo i cittadini perciò i colleghi non possono fare i furbetti”. Lo abbiamo ringraziato e, appena entrati in Hotel, abbiamo scaricato l’app.

È stato un pomeriggio intenso quello del 5 gennaio. Ci siamo bagnati, ci siamo stancati, per metri non abbiamo nemmeno parlato ma è stata un’avventura che sicuramente racconteremo così come parleremo del mitico Jordan.Sì! Uscire fuori rotta può essere divertente e va a finire che anche Hansel e Gretel lo abbiano detto, una volta tornati a casa.