Web-Depression: sveglia ragazzi!

Tutto ciò che scrivo, è  riportare i miei pensieri. So che posso sembrare un censore ma vi assicuro che i miei testi sono frutto di una mente umile (ok, ammetto che questa frase possa entrare in contrasto con ciò che dovrebbe rappresentare!).

Faccio questa premessa perché ciò di cui sto andando a parlare è una critica nei confronti di gente mia coetanea, più grande e più piccola di me. 

Un argomento che ho già trattato, che sento vicino a me perché mi innervosisce davvero troppo. La maggior parte di noi, oggi, è iscritta a qualche tipo di social network (in genere parliamo di twitter e facebook). 

Ecco, questi due social network nati, per riallacciare rapporti con persone lontane, sono in seguito diventati bacheche della nostra vita. Fin qui ci sto. Esiste la libertà di espressione e non voglio sindacare su quest’ultima (soprattutto perché già abbiamo qualche politico che con un DDL recente voleva quasi cancellare l’informazione).

Ad ogni modo ciò che mi spaventa maggiormente non è l’esporre la nostra vita agli altri, anche io pubblico foto, stati, canzoni bensì il senso generale di depressione che accomuna la maggior parte degli utenti.

Dopo aver fatto il login riusciamo a ficcanasare (attenzione: non sto dicendo che io non lo faccia!) nelle vite altrui; gente che in genere, al di fuori del mondo virtuale, considera privato anche il taglio dei capelli, sulla rete pubblica canzoni strappalacrime, frasidi intellettuali (che, diciamolo, nemmeno conosce) mettendo ai quattro venti la propria intimità. Ma ancora non ho centrato il punto. Non mi voglio lamentare di questo, anche se ci tornerò più in là.

Ecco sui blog esistono i tag, no?
Se dovessimo etichettare la stragrande maggioranza dei post pubblicati dal 65% percento (dato calcolato, così a cavolo) degli utenti basterebbe la parola depressione. Si perché su facebook leggiamo di ragazzine che, sotto gli occhi dei genitori (che hanno tra gli amici) si dichiarano morenti per la lite con un’amica. Ci sto: a 12 anni quella è una tragedia. 

In questa dinamica, però, c’è una grossa falla di sistema: tu mamma/papà che vedi che tua figlia/o sta praticamente dilaniandosi l’esistenza per aver bisticciato con l’amica/o perché non intervieni e gli spieghi che ci sono problemi più importanti sui quali piangere?
Perché insegni al tuo pargolo ad affrontare il problema di petto?

Ok, questo era il caso 1. Una tipologia sulla quale c’è da parlare ancora ma alla fine il ragionamento si potrebbe riassumere in “sono adolescenti” dunque a quell’età è l’ormone che comanda.

Parliamo ora degli adulti.
Storie d’amore finite e senso di inadeguatezza trionfa nella home. Ognuno di voi avrà il suo contatto depresso.
So, da profano, che la depressione (in quanto patologia) spinga persone ad abbandonarsi al proprio destino, facendo sentire colui/lei che né è affetto impotente. Ma non è di quel tipo di depressione che sto parlando.

Sto parlando di quella fantomatica sindrome che spinge, per non si sa quale motivo, migliaia di blogger, di “twittatori” e “faceboocchisti” a dichiararsi costantemente, tristi.

Ora in una persona adulta, matura e cresciuta comportamenti come questi sono a dir poco patetici. Insomma mi domando “Quando capiranno che buttarsi a terra per una storia finita, per un esame andato male, un colloquio finito peggio di come ci si aspettasse è inutile e contro producente?” o, ancora, “Cosa pensate di fare mostrando la vostra infinita tristezza? Fare pena a coloro i quali vi fanno stare male?” Andiamo…

Non sono cinico, tutt’altro. Vedere questi post mi fa stare male perché conosco chi li scrive; amici, parenti, ex compagni di scuola che una volta avevano un sorriso per ogni persona incontrata in strada; ora non sono esseri umani. Sono semplicemente esseri che si sono arresi alle difficoltà. Insomma, ragazzi, la vita non sarà sempre in discesa ma è la salita che ci fa apprezzare la pianura no?

Lamentarti, piangere, postare tristi frasi non fa altro che alimentare la tua tristezza. 
Esci di casa e trova un motivo per il quale sorridere ancora.

Mi è venuto in mente questo post leggendo le parole di una canzone di Pink intitolata Try.
Incollo il pezzo del testo che mi ha ispirato:

Where there is desire
There is gonna be a flame
Where there is a flame
Someone’s bound to get burned
But just because it burns
Doesn’t mean you’re gonna die
You’ve gotta get up and try try try
Gotta get up and try try try
You gotta get up and try try try

Tradotto sta per:
Dove c’è desiderio,
c’è fiamma
dove c’è fiamma
qualcuno sta per essere bruciato
ma solo perché brucia
non significa che stai per morire
devi alzarti e provare, provare, provare
alzarti e provare, provare, provare
devi alzarti e provare, provare, provare.

Rifletteteci. Può essere illuminante. Vi allego il link della canzone, magari è quella che vi “dà quel guizzo frizzo che vi svolta la serata” (cit. La Giovanna – Colorado Cafe)

http://www.youtube.com/watch?v=yTCDVfMz15MImmagine

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