Caro giovane…

Sono passate appena ventiquattro ore da quando il mensile per il quale lavoro è cominciato ad arrivare a casa dei nostri lettori. 
In prima pagina, il direttore responsabile del periodico informava i cittadini della mia avvenuta iscrizione all’ordine dei giornalisti. Il paese è piccolo, la gente mormora e già ho cominciato ad incontrare concittadini che si congratulano.

Fin qui tutto ok, se non fosse che non sono abituato ad essere la “notizia” dunque il rossore è evidente. Il problema sorge al momento del consiglio d’oro, quello della persona che ne sa un poco più di te e che “ne ha visti di giovani come te, pieni di belle speranze”.

Ognuno ti racconta una storia, un aneddoto con epiloghi tristi: “lavorava in un giornale e poi è finito a fare il cameriere per mancanza di alternative” o “ha abbandonato quel sogno per fare il consulente per un’azienda” e cose così…

La prima reazione, come quando si elabora un lutto, è il rifiuto: a me non succederà. Poi, immediatamente, una vocina infima e bastarda comincia: e se, invece, capitasse anche a te?
Saresti pronto a fallire?
Ti arrenderesti?

Tu cerchi di metterla a tacere ma, niente. Sta lì e bisbiglia al cervello quello che tu non vorresti sentire, quello che più ti fa paura. 

Il problema è che anche se ti tappi le orecchie, non puoi chiudere gli occhi. Purtroppo, il fallimento sta lì, è davanti a tutti noi. Te lo ritrovi in prima pagina sulle free press che trovi in metro o nei telegiornali.

E sapete che mi succede?
Che mi incazzo! 

È sempre stato così, non tutti ce la fanno. Questo sono pronto ad accettarlo ma non posso convivere con la consapevolezza che oggigiorno il mercato non abbia posto per professionisti qualificati. Assunzioni bloccate a causa di una crisi economica che sembra peggiorare di giorno in giorno. Grandi e piccoli business sono costretti a chiudere. Tassazione sempre più pressante ed un governo (di destra, sinistra, centro, su e giù) distante. “Chiediamo agli Italiani di fare uno sforzo” mentre loro si arricchiscono.

Lo so, è un ragionamento banale e populista però, scusate, noi giovani con qualcuno dovremo pur prendercela. Insomma, abbiamo dei sogni che pensavamo di poter realizzare ed ora non sappiamo neanche se troveremo il classico lavoretto di ripiego. Cominciai a scrivere per un portale locale e mi dissi che si mi stava bene guadagnare poco purché vivessi nel mio paese. Oggi, parlavo con mia madre e facevo questa riflessione: ora non si tratta più di scegliere se guadagnare poco o di più.

Domani, quando sarò laureato e potrò appendere quel quadro al muro, dovrò vedere se abbandonare la mia famiglia e il mio paese natio per guadagnare un tozzo di pane o se restare qui a fare ancora non so cosa.

Si è tornati indietro. Come quando mio nonno viveva a Tarvisio per campare la famiglia che stava a casa.

Incredibile ma vero…

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