“La terra del sacerdote” e la speranza celata

Ne hanno dette molte sul romanzo “La terra del sacerdote” scritto dal ventisettenne Paolo Piccirillo. Perfino quando ho assistito alla presentazione tenutasi nel mio paese, è stato spiegato che si tratta di un libro «forte, dove viene fuori la crudeltà del mondo».

Ed effettivamente, questo è innegabile. Fin dalle prime pagine, è chiaro che la storia che Piccirillo sceglie di narrare è un qualcosa che cozza con gli ombrelloni e la spiaggia. Non è una storia da leggere in vacanza poiché, per questo scopo, c’è un mondo in libreria che aspetta solo di far fruttare i propri autori.

Ma, non divaghiamo. Torniamo a noi. “La terra del sacerdote” è la storia di Agapito -detto il sacerdote seppure si sia spretato- e della sua terra che diventa una prigione per ragazze immigrate che vengono sfruttate come incubatrici umane. La loro funzione è particolare: restare incinte per mettere alla luce bambini da vendere a famiglie che non hanno ricevuto il nullaosta per l’adozione o, peggio ancora, da far crescere prima di venderne gli organi al mercato nero. «Io sono puttana al contrario» spiega una delle prigioniere nel romanzo «poco sesso e tanti bambini».

Si tratta perciò di un romanzo in cui si fondono: vita e morte, violenza e amore, vittime e carnefici. È una storia complessa che però non necessariamente richiede una lettura lenta e macchinosa. Personalmente io, che sono un lettore lentissimo, ho impiegato pochissimi giorni a finirlo. Sono stato totalmente risucchiato dalla narrazione a tal punto che, a notte fonda, con occhi rossi e secchi ho dovuto impormi di spegnere la abat-jour e andare a dormire. Non solo! Ogni giorno ho trovato una mezz’ora per proseguire nel tentativo di sapere come andasse a finire.

Senza ombra di dubbio, l’opera di Piccirillo mostra la bruttezza umana: l’attaccamento ai soldi che spinge una vecchia coppia al traffico di esseri umani può certamente incupire. Tuttavia, il volume -a mio avviso- nasconde anche un celato senso di speranza che al fondo -grazie all’evoluzione della personalità di Agapito- troviamo.

Forse a Piccirillo, come troviamo scritto nel romanzo, «gli piace pensare che il mondo non è mai brutto».

Ed io, che sono un eterno ottimista, non potevo che non apprezzare questo aspetto che sempre meno giovani riescono a tenere in vita.

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