Mamma, che ansia!

Leggo un post di Melodiestonate, intitolato: “Uffa sono troppo ansiosa!

Non ce la faccio. Anche se sono in ritardo, devo leggerlo. Io, che quando distribuivano l’eleganza, ero in fila per la doppia dose d’ansia, devo leggerlo. Chissà, qualcuno può aiutarmi a sconfiggerla.

Non è così. È un testo in cui una mamma si sfoga e parla dell’agitazione che le provoca il figlio chiedendole di andare a vedere una partita allo stadio. Mentre vivo la storia di Melodiestonate, però, non riesco a non ricordare un aneddoto…

Roma. È un caldo pomeriggio, quello del 4 ottobre 2010. La capitale sta tornando alla vita dopo la pausa estiva. Le facoltà riaprono i battenti ed un fiume di adolescenti si riversa nei meandri della città eterna. In quel fiume c’ero anche io. Ero arrivato la sera prima, con un valigia piena di vestiti, quaderni, penne e, soprattutto, barattoli di salsa di pomodoro, salsiccia sottovuoto e altri tipi di scorte alimentari. «Non si poteva sapere» mi avevano spiegato mamma e nonna. Stavo andando a Roma. Magari lì non ci sarebbero stati supermercati! Magari non avrei capito il romanaccio e non avrei saputo spiegare: “mi da un panino con il salame?”

Scherzi a parte! (Parlerò delle valige dei fuori sede in un altro momento.) Torniamo a noi.

Sono su un bus che poi è diventato per me l’icona della mobilità pubblica. La linea 766 raccoglie tutte le pecche dell’Atac: costantemente in ritardo, stracolmo di viaggiatori distratti, puzze a non finire e un percorso eterno.

Non divaghiamo, però. Dicevo che è il 4 ottobre. Sono alla fine del secondo giorno di lezioni e, insieme alla mia coinquilina decido di tornare a casa con l’autobus, visto l’incidente del giorno prima (lo racconterò, prima o poi). Saliamo su un vecchio pullman rosso. Paghiamo il biglietto e lo obliteriamo (cittadini modello, eh?!). Naturalmente non c’è posto per sedersi così ci appoggiamo ad uno dei grossi finestrini.

Dopo pochi attimi, una flotta di popolazione indigena segue il nostro esempio ed io e la mia amica finiamo schiacciati contro quel pezzo di vetro. Si chiudono le porte e il bus parte. Respiro a malapena e non vedo l’ora di togliere il mio naso da quell’ascella poco profumata. Penso: “non può andare peggio di così”. E invece no, canterebbe la Pausini.

Effettivamente, mentre annuso questa fragranza al minestrone, sento il taschino sinistro vibrare. Dopodiché i PowerFrancers attaccano “Vivo ancora con mamma, mamma, mamma. Sto perdendo la calma, calma, calma”. Automaticamente, si attivano le sinapsi e spiego alla mia amica che mi fissa: «Azzo! È mamma»!
«Embè»? chiede lei, giustamente
«Hai presente mia madre? È come la tua! Se non rispondo…»
«Cazzo»! conclude lei che ha capito.

Dopo settordici squilli il telefono si palca. Io penso “pfui! Si è arresa!” Ed ecco di nuovo la Pausini.

Siccome a 18 anni uno è cretino, io al tempo avevo due cellulari. Quindi poco dopo parte il tipico jingle della Nokia. Pian piano i miei battiti aumentano così come quelli della mia amica. intanto, mia madre a casa, con il telefono all’orecchio, sta iper-ventilando. Anche il Nokia smette di squillare. Sto per dare un sospiro di sollievo quando Ligabue inizia a cantare dalla borsa della mia amica che, come me, è bloccata. Non può muoversi e quindi non può porre fine a questo incubo.

Ci sono tre semafori ancora a separarci dal tormento, tre fottuti incroci. Giuro: ero furioso.

Finalmente, scendo dalla linea della morte e corro a casa.

Inserisco la chiave nella toppa quando il cordless ha appena finito di trillare. Entro, leggo le chiamate perse: Mamma (x3) -su entrambi in numeri. Stessa quantità per il telefono fisso e per la mia amica. Ora sono incazzato nero. Compongo 0865…

«Giovà!» dice la voce di mamma morente dall’altro capo
«No ma. Così non è possibile» attacco.

Lei ribatte qualcosa tipo: «è normale che io sia agitata. Devi dirmi dove sei. Io così muoio» ma io sono una mitraglia e le scarico addosso tutto lo stress che mi ha causato, che ci ha causato.

Dopo un po di minuti urlando (tutti e due) capisco il punto. Città nuova per me, città nuova per lei. Un figlio te lo porti dentro per nove mesi, lo senti scalciare, lo vedi nascere e lo fai crescere. Un figlio è parte di te, un figlio è te. Non è semplice vederlo crescere. Soprattutto è quasi impossibile assistere a questo spettacolo senza provare un minimo di ansia. Tuttavia non è nemmeno facile smuoversi per Roma con tua mamma che ti chiama!

Insomma da quella volta ho iniziato un programma di educazione a base di sms una tantum. Lei, però, ha cominciato a chiamarmi sempre meno. Anche se, devo ammetterlo, ora che sono a casa capita che ogni tanto si faccia prendere dal panico. Perciò, l’ansia di una mamma è come la paura degli esami: non conosce fine.

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3 pensieri su “Mamma, che ansia!

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