Dritto (?) fino a casa

Questi sono giorni di inizio corso. Queste sono ore in cui vecchie case capitoline, partenopee, torinesi, milanesi ecc. vengono occupate da giovani studenti che sperano di trovare la serenità e la tranquillità lavorativa dopo anni di studio.

So che suona tutto malinconico ma, devo ammetterlo, un po’ lo sono. Proprio ieri parlavo con un’amica che aveva appena trovato casa. Lei a Roma mentre io resto qui, ad Agnone. E mentre sto con il cuore un po’ qui, tra i bei monti, e un po’ lì nel caos dell’Urbe ripenso ad anni addietro…

4 ottobre 2010. Per le matricole di quell’anno, inizia una nuova avventura. Il terzo ateneo romano mi aveva porto una mano accogliendomi in quello che speravo essere il paradiso della formazione. Insomma, ero uno studente universitario.

Ero arrivato solo domenica 3 ottobre. Casa nuova (in tutti i sensi), vita nuova, scuola nuova.
Ero andato a letto agitato e nervoso: che dovevo aspettarmi? Ce l’avrei fatta? Si, su questo non avevo dubbi tuttavia il mio letto mancava così come il gatto che passava a dare la buonanotte graffiando qualche armadio, papà che si svegliava nella notte per andare a mangiucchiare qualcosa e mamma che (pur mettendoci tutta la buona volontà) era capace di svegliare un condominio solo aprendo una porta. Tutto questo mancava. Ed io ci pensavo e non dormivo.
Finalmente Morfeo mi tramortì e mi svegliai alle 7 pronto a cominciare tutto questo. Io e la mia coinquilina, che chiameremo Clara, eravamo in strada in attesa del 766 direzione Basilica di San Paolo. Arrivato lì, mi avevano spiegato, avrei dovuto girare a sinistra e poi tirare dritto per centinaia di metri fino ad arrivare a quell’edificio che sembrava una fabbrica. Così feci e raggiunsi Lette e Filosofia.

Dopo un primo momento di smarrimento, dovuto al fatto che Roma Tre non eccelle in organizzazione per gli studenti, riusciì a trovare l’aula 15. Linguistica Italiana prima, generale poi.
Mi sentivo eccitato e pronto a passare ore ed ore a studiare quelle due materie. Avevo terminato le lezioni di quel caldo lunedì quindi scrissi a Clara che sarei passato da lei e poi saremmo tornati a casa insieme.

Camminai facendo il percorso contrario ed arrivato a San Paolo continuai dritto fino a quel moderno edificio che ospita Giurisprudenza. Quando arrivi lì sembra di stare in un film americano. In altre parole: ti senti figo. Ed io mi ci sentivo. Aspettai Clara che venne fuori con una faccia grigiolina: «Istituzioni di diritto pubblico. Non si regge» aveva detto.
«Torniamo con il bus»? chiesi, quasi fregandomene del suo stato d’animo
«Facciamo a piedi. Così impariamo la strada. Tanto è na cazzata» mi aveva risposto.
Così procedemmo dritti fino a San Paolo poi girammo a sinistra pronti a tornare a casa.

Devo interrompere la narrazione per spiegare un paio di cose. Casa nostra distava soli 20 minuti a piedi da San Paolo.

Torniamo alla storia.
Ci avviammo dritti fino ad arrivare ad un negozio OVS dopodiché prendemmo la prima a destra quindi la prima a sinistra e cominciammo a zigzagare in un meandro di traverse finché spuntammo su un area sportiva che affaccia sulla Cristoforo Colombo, una strada a scorrimento veloce che ci metteva non poca paura.
Arrivati lì pensammo bene di usare un sottopassaggio per attraversare evitando il traffico. Scalino dopo scalino, la puzza di pipì si faceva sempre più invadente finché arrivammo a terra e incontrammo un cancello chiuso: «Ok, risaliamo» stabilì.
Tornati in superficie, ci guardammo intorno. Nessuna striscia pedonale nell’arco di metri. Effettivamente, ancora non mi spiego come fecero a sfuggirci i mille incroci che dividono la Colombo tuttavia, fummo capaci di non vedere le strisce così decidemmo che avremmo scavalcato i quattro cavalca via fino ad arrivare al versante opposto.
Aspettammo che il traffico si fermo e cominciammo a farlo finché il verde indicò alle macchine in fila di cominciare a camminare quindi di lì a poco creammo il panico. Giuro: non so come abbiamo fatto ma abbiamo evitato almeno tre macchine, ci siamo presi una sfilza di “Vaffanculo” e “Stronzi” ma con un aiuto di una forza divina siamo sopravvissuti. A quel punto non restava che tornare a casa.

Continuammo a camminare finché arrivammo alla sede della Regione Lazio e lì fu il panico. Sapevamo che casa nostra (dalla quale eravamo usciti solo per andare all’università) fosse circondata da una sorta di giardino nel quale convergevano tutti i condomini del circondario. Un area recintata piena di aiuolette ed alberi. Il problema era che proprio lì, davanti a quegli edifici, c’era del verde. Ci sentivamo vicini a casa ma non sapevamo in che direzione andare. «Sai che faccio? Attivo il navigatore del palmare» dissi speranzoso a Clara e così feci. Inserì l’indirizzo e il navigatore ci portò indietro di un paio di metri e ci fece virare a destra. Camminammo in quella direzione finché il telefono ci comunicò che andavamo in direzione opposta quindi facemmo retrofront e cominciammo ad andare verso quello che, ormai, sembrava essere un miraggio.

Stavamo seguendo le indicazioni già da un po’ quando Clara disse: «Oh, secondo me quel palazzo laggiù è il nostro. Stamattina c’era un ramo caduto segnato dallo scotch bianco-rosso. E, se guardi bene, lo vedi anche lì».
«Che dici? Sarà una coincidenza. Il gps dice che dobbiamo ancora cammianare in questa direzione per un po’»
«Sarà» concluse dubbiosa Clara.

Così obbedimmo alla tecnologia e proseguimmo in un groviglio di stradine finché dovetti ammettere: «Ops, il gps ha perso il segnale. Siamo nello stesso punto».
«Più o meno da quanto, Giovà?»
«Ehm, non lo so»
«Sai che ti odio, vero? A te e sto coccio» tagliò corto la paziente Clara che poi aggiunse «Mo andiamo dove dico io. Oltretutto si è rannuvolato e non vorrei che…»

Non ci credete? Si, è così. A distanza di chilometri un tuono squarciò il cielo e iniziò a piovere su di noi. Nessuno dei due aveva un ombrello. Anzi, Clara si rifiutava di aprire il suo. «Muoviti. Seguimi. Camminiamo verso la regione fino a quel cancello dove si vede il ramo a terra» decise la mia amica che così facendo ci portò sotto un palazzo rossastro che era il NOSTRO.

«Vedi? Ti fidi troppo della tecnologia e troppo poco dei tuoi amici»
Risi ma onestamente avevo paura che mi picchiasse. Arrivati a casa ripercorremmo la mappa e capimmo che per quarantacinque minuti avevamo girato intorno all’isolato allungango di venticinque minuti il percorso.

C’è una morale? Non so. Dopotutto continuo a perdermi ovunque quindi se anche ci fosse, forse io non l’ho imparata.

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