Racconto: Non lasciarti spaventare dai sogni

«E poi al terzo anno vi toccherà fare un tirocinio» spiegò il professore davanti agli alunni seduti compostamente tra quei banchi universitari progettati a dismisura per qualsiasi persone.

Le  sedie, attaccate al pavimento, erano sempre troppo distanti dal tavolo e non si riusciva a prendere appunti se non buttandosi in avanti o assumendo qualche strana postura che, sicuramente, i maestri delle scuole elementari non avrebbero apprezzato. Così, una classe di Quasimodo che aveva appena sollevato la penna dal foglio sentì il professore spiegare che lo stage fosse un passaggio obbligatorio per qualsiasi studente. Prima di laurearsi, toccava aver maturato dei crediti in una delle attività lavorative previste al fine di poter mettere in pratica le conoscenze acquisite nei tre anni. Tutti annuirono felicemente. Tutti, incluso io. Sembrava che quella triennale potesse assumere un senso grazie a quelle centoerotte ore in un ufficio.

La cosa, comunque, passò inosservata. Il tempo trascorse velocemente e arrivò il tempo di conseguire questi benedetti crediti. Eravamo ottimisti finché non capimmo che la procedura burocratica, come sempre, era immane. Fogli su fogli da far approvare, firmare e controfirmare. Sigle da mettere e così via.

Qualcuno di noi riuscì a sbrigarsela facendosi riempire il foglio firme dall’amico del cugino del fratello dello zio, qualcuno fece si che l’università riconoscesse l’attività lavorativa come stage ed altri ancora si cimentarono nella strage del tirocinio.

«Assurdo» sbottò Paola dopo tre settimane. «Non imparato una ceppa se non a fare fotocopie, scrivere e-mail ai professori del figlio del mio tutor, servire caffè».
«Però -tentati di sdrammatizzare- puoi mandarla a fanculo in inglese. Non ti capirebbe e useresti quello che hai studiato»
«Non attacca» mi fermò Paola «la stronza è nata a Londra».

Insomma quell’esperienza sembrava diventare un incubo. Finalmente, dopo mesi di attesa cominciai il mio di tirocinio e iniziai a prestare servizio come giornalista per una testata locale. Fui buttato in strada immediatamente, a cercare notizie e fare interviste. «Almeno» mi disse Francesco, altro compagno di corsi «tu non stai chiuso in ufficio come è capitato al mio coinquilino, Armando».
Dissi di si e feci finta di capire ma in realtà non ricordavo né chi fosse Armando né cosa facesse.

Poi, destino volle che io incontrassi ancora Armando e che ascoltassi la sua storia.

Era un grigio pomeriggio, uno di quelli in cui sembra che il tempo avanza annoiato. Quando non c’è niente da fare e niente da vedere. Quando cammini per strada stancamente e le macchine sembrano fare lo stesso. È come se il tempo stesso fosse stufo di procedere alla velocità di sempre. Non c’era da studiare perciò andai a casa di Francesco. Come sempre il portone era aperto quindi salì i gradini uno alla volta fino al terzo piano. Perfino l’ascensore era fuori uso. “Che palle” pensai “ora devo arrivare lì. Proprio oggi che non mi va!” Comunque, chiaramente, lo feci. E arrivai lì. Suonai al campanello e aprì la porta un ragazzo alto, sui venticinque o ventisei. «Giovanni?»
«Si. Tu sei Armando?»
«Affermativo. Entra che Francesco sta tornando. Mi ha scritto dal telefono del cugino. Dice che sta arrivando e che non ha credito per scriverti»
«Ah, okok».

Entrai in casa e andammo in cucina dove lui iniziò a sfogarsi senza nemmeno portare dove voleva. Attaccò andando dritto al punto. «Mamma mia, Giovà. Non ce la faccio più. Mi sono laureato da due anni in giurisprudenza. Il fatto è che non volevo fare né l’avvocato, né il giudice o il notaio. Mi piacevano le leggi. Ho sempre pensato che capire le leggi mi avrebbe fatto capire qualcosa di più del mondo -vomitò in una frazione di secondo. Ho superato tutti gli esami con una buona media e a 24 anni ero già laureato. Con giurisprudenza, dicono, si possono fare un sacco di cose. La verità è che se non hai le idee chiare sei fottuto».
«Ehm…si»? tentai, provando a partecipare a quel monologo
«È così. Credimi, Giovà. A me è sempre piaciuto il teatro. Ho anche recitato e, secondo molti, ero pure bravo. Pensai di cominciare un’accademia di arte drammatica o di buttarmi sul Dams ma pensai fosse troppo generico. Anzi, ammettiamolo, tutti dicevano che non serviva a niente ed io, all’epoca, da cretino mi sono fatto convincere. Così, ho fatto legge. Ora mi trovo a fare il garzone in un ufficio. Faccio l’assistente di un avvocato. Non mi vale nemmeno come pratica e becco due spiccioli»
«E scusa allora perché lo fai»?
«Perché così posso farmi mandare i soldi dai miei per l’accademia di recitazione. Ho cominciato a studiare di nuovo teatro. Così con lo stipendio ci vivo e mamma e papà mi pagano gli studi. Il fatto è che a lezione vado di mattina e il pomeriggio sto in ufficio e credimi vorrei tanto mandarli a quel paese. Mi pagano poco ma siccome faccio il part-time quando torno a casa mi tocca recuperare le ore perse portandomi avanti i compiti del giorno dopo»
«Ma se fai il part-time perché devi lavorare per full-time»?
«Perché sono delle merde. E sanno che se me ne vado io trovano un altro coglione che per fare esperienza si piega»
«E non puoi trovare niente di meglio»?
«No. A meno che non voglia fare il cameriere. Però così non avrei tempo per studiare. Invece, al momento, qualche oretta riesco a dedicarla e ce la sto facendo. Però ci sono dei giorni. Come oggi. I miei capi non si accordano. Sono tre e non sono capaci di parlare tra loro» spiegava come una mitraglia Armando che, a parer mio, era sull’orlo di un precipizio. «Non comunicano ed ognuno di loro da una direttiva diversa. Succede che poi se la prendono con me. Ho provato a spiegare loro che non dipende da me ma se ne fregano»
«Ti giuro, Armà, vorrei poterti aiutare ma non so che dire»
«Guarda, se permetti una cosa te la dico io. Non lasciare che i tuoi sogni ti spaventino. Potrai deludere tua mamma, tua nonna, tuo padre e tuo cugino ma non deluderai te stesso. Oggigiorno nessuno trova lavoro facilmente per cui segui le tue passioni e lascia che le tue affinità lavorative ti guidino. Se svieni alla vista del sangue, che ti butti a fare su infermieristica»?
«Ovvio» provai a chiudere io invano.
«Invece, amici miei hanno fatto addirittura sta triste scelta. Che poi, parlo io. Il bue che dice cornuto all’asino. Io che da tre mesi ho addirittura le crisi di panico. Io che piango la notte perché non ce la faccio più. Parlo io. Ho sbagliato. Ho sbagliato tanto e sai perché? Mi sono fatto spaventare dai miei sogni o, meglio, dalle reazioni dei miei genitori ai miei sogni. Non avrebbero potuto dire in ufficio che il loro figlio voleva fare l’attore. Loro che fanno i commercialisti. Ma dai. E così ho vissuto il loro sogno e per me è diventato un incubo».

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