Racconto: Storie da brivido, la pre-sessione!

Una delle cose, alla quale si è poco preparati quando ti iscrivi all’università è il fatto di vivere per organizzarsi ed organizzarsi per vivere.
Improvvisamente capisci che senza un filo di ordine, sei spacciato quindi la tua esistenza diventa un’agenda. Iniziano le varie ‘conte dei giorni’.
C’è la conta dell’affitto, quella della spesa e soprattutto il conto alla rovescia per il ritorno a casa, che è il conteggio più bello del mondo.
Tra i vari countdown il più sentito, quello che aspetti di più precede le vacanze di Natale ed è fantastico vedere i fuori sede nei giorni che precedono la partenza.
Casa è a soqquadro; ci si prepara la valigia infilandoci di tutto: libri (che userete davvero poco), vestiti, scarpe, computer, caricabatterie, fotocamera, la vicina di casa…TUTTO!
Si riparte a bordo di un treno stracolmo e si chiacchiera con chiunque riguardo quanto sia bello il Natale, il paese addobbato a differenza di Via Tibrutina che è una strada al di fuori dello spazio e del tempo; il treno di ‘Natale’ è il treno dei Puffi dove tutti sono felici ed amici.
Durante le vacanze, quindi, ci si ritrova, si passa il tempo nei bar dove semiubriachi si narrano vicende di facoltà (a breve avrete anche un intero pezzo su queste chiacchiere) e di casa poi qualcuno dice: “Ma tu quando inizi gli esami?”
SILENZIO. Chi giocava a biliardo si ferma, voltandosi a guardare lo stronzo che ha fatto quella domanda; chi sorseggiava qualsiasi cosa inghiottisce e cerca di non respirare, immobile; il barista che stava consegnando i drink al tavolo a fianco lascia cadere il vassoio. In lontananza, addirittura, una madre cerca di calmare il bambino che sentita quella brutta parola sta piangendo disperatamente ed una donna urla a squarciagola come se stesse per essere uccisa.
Si. Sotto tutto questo bere, questi alberi di natale addobbati, questi canti felici ci sono loro: gli esami.
I giorni passano e festa dopo festa lo studente finge di non ricordarsi della famigerata sessione ma man mano che si avvicina l’epifania (che tutte le feste porta via) ogni studente vive un crescendo di ansia, di notti insonni, di risvegli con pugni chiusi e mascelle serrate che lo conducono allo stress, uno stress che li porta a violente crisi depressive che trasformano il suo fornito linguaggio da giurista al mero repertorio di un camionista con un passato di scaricatore di porto: “Cazzo vuoi? Non vedi che sto studiando, sto fottuto libro di merda? E allora vedi andartene a…” (preferiamo censurarci, almeno sull’ultimo francesismo).
Si studia; notte e giorno sui libri. L’agenda diventa una specie di Bibbia, un libro da seguire alla lettera motivo per cui lo studente (ormai malato di Paranoia) si ripete “Guarda che se non sottolinei anche quella riga, il professore ti chiederà quella parte e tu non saprai rispondere e lui ti boccerà” oppure “se fai 19 pagine al posto di 20, domattina non farai a tempo a farne 21, il tuo programma si incastrerà e tu non potrai mai finire il programma, ti siederai di fronte all’assistente del professore, non risponderai e ti manderà a casa umiliato.”
Poi ci sono genitori che dicono “Mio figlio sembra non interessarsi degli esami!”
Idiota! Ti sbagli: tuo figlio è lì che sta per avere un coccolone solo che non te lo viene a dire. E così, con questi stati d’animo, trovano contesto vicende come la mia: quella di una doccia da vestito, perlopiù senza togliersi lo shampoo dai capelli; quella della mia coinquilina che preso un pugnetto di sale da buttare nell’acqua per la pasta si aggirava per la cucina camminando e seminando la spezia finché ad un certo punto mi chiede “Ma che dovevo fare?” mentre io ero sconvolto per questo suo lapsus.

Originariamente pubblicato su Tribuna Italia

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