Racconto: Storia di un altro me che, come me, ha capito la stessa cosa in modo diverso

Buongiorno, mi chiamo Mirko Giaccio, ho 25 anni.

Mi sono laureato tre anni fa in Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi Roma3 con 102/110.

Ho vissuto per tre anni a Roma e due mesi fa mi sono ritrasferito qui, ad Agnone.

Qualche anno fa, avevo 19 anni, non avrei mai creduto di rimettere piede nel mio paese natale, fuorché per venire a trovare la mia famiglia durante le vacanze.

Non ho mai creduto nel “casa dolce casa”, nel concetto di terra natia, bensì ho sempre ritenuto che casa fosse ovunque si potesse stare a proprio agio con se stessi.

Ho sempre creduto che non importa il luogo nel quale ti trovi, bensì la compagnia con cui vivi le tue giornate.

Ho sempre creduto che i miei amici potessero sostituire la mia famiglia, così, quando mi si presentò la possibilità di scegliere dove trasferirmi, decisi di cambiare radicalmente vita.

– E tu, Mirko? Hai deciso cosa studierai? Hai deciso dove andrai?-

– Si! Andrò a studiare lettere a Roma! – Rispondevo sicuro.

– Roma? E perché Roma? C’è la stessa facoltà ad Isernia, a Pescara. Perché Roma? Roma è davvero troppo caotica. Magari puoi specializzarti lì, ma la triennale prendila qui. Resta a casa. Pensaci bene. –

– No. Vado a Roma. Ho bisogno di cambiare aria. Starò bene lì. Ho la pellaccia, io! Ce la farò.- rispondevo sicuro, perché ero sicuro.

Sicuro.

Passarono i mesi. Mi diplomai. Urlai di gioia, ne ero uscito. Ero uscito da quel liceo di provincia ed ero pronto per la mia nuova, fantastica vita da universitario. Sarei stato cittadino del mondo.

L’estate passò ancora più in fretta tra la nostalgia di un’era finita e la curiosità per quegli anni magici che stavo per affrontare. Tutto sembrava dirmi – guarda che il tempo dei giochi è passato. -Per me fu un trauma perfino rendermi conto che il prato sul quale avevo giocato per anni era stato ricoperto di cemento perché c’erano delle infiltrazioni nei garage condominiali. Mi resi conto che quel cemento rappresentava la realtà: il prato era ormai cemento, l’estetico lasciava posto al funzionale così come i bei vecchi tempi scappavano via dal mondo da adulto che mi aspettava. Tuttavia non avevo paura.

Mi conoscevo e avrei preso di petto tutte le situazioni.

Io e due miei ex compagni di liceo, Clara e Manuel, decidemmo di andare a vivere insieme a Roma. Fittammo un appartamento fantastico vicino alle nostre facoltà. Ci trasferimmo il giorno prima dell’inizio dei corsi. Rimpinzammo di roba gli armadi, nel tentativo di soffocare una certa vocina che urlava “Voglio mamma”!

Volevamo sentirci a casa ma non ci riuscivamo. Attribuimmo la cosa a talmente tante motivazioni da poter riempire un dizionario tascabile, ma nessuna di quelle era reale. Comunque tutti, tacitamente, fingevamo che queste belle scuse reggessero.

Il primo giorno di università fu entusiasmante. Essere in quei luoghi, nei quali la cultura si aggirava misteriosa tra scaffali, corridoi e porte, era semplicemente affascinante per un curioso come me. Avrei appreso tutto ciò che potevo, avrei letto tutti i libri che potevo trovare un quell’edificio, parlato con chiunque potesse arricchirmi. Insomma avrei vissuto.

Per un primo periodo lo feci. Furono sei mesi davvero intensi: mi svegliavo al mattino presto, andavo a lezione (e le seguivo tutte), partecipavo a convegni e seminari, leggevo in biblioteca, in metro, a casa. Studiavo, rielaboravo appunti. Ero diventato un topo di biblioteca, se avessi avuto l’acne sarei stato lo stereotipo del nerd americano.

Dopo sei mesi però il gioco iniziò a stancarmi, così mi omologai alla massa, studiando il minimo necessario per conservare la mia media, frequentando i corsi giusti, abbandonando la biblioteca e leggendo solo i libri che avevo sempre letto.

Passò il primo anno, mi iscrissi al secondo e passò anche il secondo. Conducevo una routine così monotona, ma così monotona da essere diventato la noia fatta persona.

Iniziai a credere che quando la gente mi vedeva pensasse “Oh cavolo! Speriamo di non dovermi fermare a parlare con lui ”. Ero invecchiato. Sì, ero diventato un giovane 21 enne vecchio e annoiato, perciò noioso.

Finalmente giunsi al terzo anno. Conobbi Claudia. Splendida ragazza; una boccata d’aria fresca nella mia vita e improvvisamente iniziai a ringiovanire.

Continuavo a studiare il minimo e intanto iniziai ad entrare in un circolo di artisti. Quei luoghi dove la creatività spruzza a mille e c’è musica, gente che legge, altri dipingono. Un artistico bordello, lo definivo io, ed era magico, splendido. Era un sogno.

Claudia da mia amica divenne ben presto la mia ragazza. Iniziai a non tornare più a casa tanto spesso come facevo prima. La mia famiglia ne era un po’ delusa, ma io continuavo a giustificarmi, ripetendo:- Il fatto è che questi sono gli ultimi mesi. Devo sforzarmi, mettercela tutta così mi laureo in fretta. Ma’, pa’, io non ce la faccio più. Mi voglio laurea’, così ce lo togliamo sto sassolino dalla scarpa! –

I miei se la bevevano. Non sapevano che in realtà io stavo sì studiando, però preferivo restare a Roma perché lì c’erano i miei amici del circolo, c’era Claudia e c’erano tante cose che non trovavo ad Agnone.

Nel circolo, poi, mi ero creato una nicchia, una rilassante nicchia nella quale riuscivo a scrivere fiumi e fiumi di parole. Fu lì che scrissi il mio primo romanzo. Una calda mattinata di luglio, poi, venni a fare i conti con la realtà.

“Con l’autorità conferitami dal Magnifico Rettore Guido Fabiani, dichiaro i qui presenti Dottori in Lettere e Filosofia”.

Ce l’avevo fatta. Mi ero tolto il sassolino dalla scarpa. Un sassolino da 102.

La sera tornammo ad Agnone e festeggiammo. I miei genitori conobbero finalmente Claudia, rimanendone entusiasti. Anche tutti i miei cugini ne rimasero colpiti. Lei si era laureata un anno prima. Fu una serata fantastica.

Il mattino seguente il mio telefono squillò. Erano i miei amici del circolo. Era nata Addicted.

Addicted era una agenzia per giovani artisti. Per mesi avevamo fatto uno sforzo immane per crearla ed ora era nata sulla carta. Avevamo scelto il nome Addicted perché in inglese vuol dire “dipendente” e noi dipendevamo dall’arte.

Il mio compito sarebbe dovuto essere quello di recensire libri e di scegliere quelli da far pubblicare, visto che l’editoria era chiaramente la mia passione. E così, data la notizia ai miei genitori, io e Claudia ripartimmo alla volta di Roma.

Passò luglio, e poi Agosto e settembre. In ottobre Addicted decise che era venuto il momento per me di andare a Napoli.

Una volta a Napoli conobbi altre persone, altri artisti, altri scrittori e Claudia continuava a fare foto. La reflex era come una terza mano per lei.

Da Napoli fu il momento di trasferirsi Pescara, e in seguito addirittura a Londra, nella quale rimasi per sei mesi ,e vista questa lunga permanenza io e Claudia ci perdemmo di vista.  Il rapporto a distanza non faceva per noi, perciò ci lasciammo.

Lo ammetto: per me, fu un inferno. Feci pubblicare tre libri sulle storie d’amore finite, come se per me quelle pubblicazioni fossero una ripicca nei confronti dell’amore, un sentimento che mi aveva tradito.

Tornato da Londra mi ritrasferii a Roma, Claudia era a Torino perciò io ero tranquillo perché non rischiavo di incontrarla. Ero comunque soddisfatto della vita che stavo conducendo, ma ciò che non sapevo era che il tempo di Addicted stava per finire.

Ad una riunione scoprimmo che tutto questo finanziare opere comportava uscite alle quali non corrispondevano entrate adeguate. Nel giro di tre mesi Addicted finì.

Tornai ad Agnone a Luglio e lì, in accordo con un centro culturale, iniziai a tenere un corso di scrittura creativa, che diede l’avvio ad un altro tour del centro Italia. Questa esperienza cominciò a farmi riflettere.

Avevo iniziato a notare che ogni settimana, finito il week end, la mia voglia di ripartire scemava sempre più, mentre, al contrario, il giovedì sera mi scoprivo eccitato, eccitato dal ritorno a casa.

Passata l’estate, ad Ottobre il mio contratto scadde e il mio lavoro di insegnante finì.

Così mi ritrovai di nuovo al punto di partenza: Agnone.

Lo ricordo come fosse stato dieci secondi fa: ero in camera, sommerso dagli scatoloni. Mi ritrovai a fissare la parete delle targhe, come la chiamava Clara. Vidi affiancati l’un all’altro il diploma di maturità del Liceo Scientifico Giovanni Paolo I di Agnone e la mia laurea breve dell’Università degli Studi Roma 3.  Mi sentii orgoglioso quando lessi Agnone, mentre Roma mi era indifferente. Così iniziai  a pensare a tutti i viaggi che finora avevo fatto mentre rimettevo a posto il contenuto dei vari scatoloni.

Poi salii in soffitta, dove trovai tutti i miei temi delle scuole elementari. Uno di questi aveva come traccia “Descrivi il viaggio più bello che tu abbia mai fatto”.

Tutta la composizione era incentrata sulla bellissima sensazione che avvertivo quando percorrevo la strada che mi portava a San Salvo, dove eravamo soliti andare in vacanza. Avevo dedicato ben dieci righe alla descrizione del momento in cui io, mamma, papà e mia sorella Alice facevamo il conto alla rovescia prima di vedere il mare.

In un primo momento fui travolto da un’ondata di nostalgia, poi avvertii una specie di crac cerebrale. Rileggendo quel tema avevo finalmente capito, ero cresciuto. Il mio io, di soli 9 anni, mi aveva fatto scoprire chi ero veramente adesso, a ventiquattro anni.

Ho venticinque anni, ho vissuto quasi ovunque. Ho viaggiato tanto, ma solo qualche tempo fa ho capito cosa rappresenta Agnone per me. Agnone è la mia casa.

Avevo deciso di abbandonare la terra che per diciotto anni mi ha fatto diventare ciò che sono, prima di capire quanto in realtà io l’amassi.

Perciò credo di poter proporre il territorio Alto molisano meglio di chiunque altro, perché io sono un pentito, un pentito che ora si vuole riscattare.

Nessun viaggio è tanto bello quanto quello che ti riconduce a casa.

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