Quando il social di Zuckerberg ti dà l’energia

Mi sono svegliato incazzato. Avevo dormito troppo poco (non so perché ma mi sembra di dormire abbastanza solo nei week-end quando alle 7 sono sveglio come un grillo) e non ero pronto ad affrontare questo martedì che si prospettava incerto.
Dovevo ricominciare a studiare inglese e non avendo una precisa idea sul da farsi non avevo un piano che vuol dire che passi la mattinata a cercare siti per esercizi, audio ecc.

Insomma alle 7, quando il telefono ha squillato per dirmi: “Ehi, raggio di sole, è ora di destarsi!”, ero già nero perché sapevo che fino a mezzogiorno il rischio di ciondolare per casa sarebbe stato alto. Inoltre avevo qualche piccolo problema con il giornale visto che, sapete, qui non è semplice vivere di cronaca quindi mi chiedevo su cosa scrivere. Insomma, senza la benché minima idea di cosa scrivere, sembrava tutto volgere al peggio finché, ancora una volta, Marcuccio Zuccheriera (Mark Zuckerberg) mi ha salvato.

Ero su Facebook (No, non stavo facendo un roundup di pettegolezzi!) per cercare delle informazioni sul nostro amatissimo gruppo di facoltà quando ho visto una faccina che commentava un link. Era lei, la donna che tutti i giornalisti amano, il sacro graal degli aspiranti tali, era Arianna Ciccone.

Il capo supremo di noi ex volontari all’#Ijf, scriveva su facebook: “Forza vittime fatevi sotto se avete il coraggio 😀 + ❤ ” linkando il sito del Festival del giornalismo o meglio, più precisamente, reindirizzando il mondo ad uno dei post più infuocati: “Vuoi fare il volontario a #Ijf15?

Improvvisamente, il mio cervello (quello che ne resta) si è svegliato ed un concerto è partito dal cranio inondando tutto il corpo. Non so quale ormone si sia diffuso -sebbene sia sicuro che sia qualcosa che termina in “ina”- tuttavia posso dirvi che il solo leggere quel titolo ha scatenato un’irrefrenabile voglia di prendere una valigia, riempirla di jeans e t-shirt e prendere il primo treno per la città del cioccolato per appostarmi davanti al Brufani per implorare Arianna o qualsiasi membro dello staf per dir loro: «Vi prego. Riprendetemi a bordo. Sono in crisi di astinenza»!

Naturalmente, non l’ho fatto. Ero incatenato alla scrivania. Dopotutto avevo i Discourse makers da studiare. Però mi sono concesso una decina di minuti per pensare e ripensare a quella fantastica esperienza. Cinque giorni in cui ho potuto respirare il giornalismo, ascoltare perle di saggezza di coloro i quali ce l’hanno fatta, prendere appunti in ogni dove e, lo ammetto, rubare tutti i baci Perugina e Lion possibili ed immaginabili.

Così, su due piedi, ricordo la sala stampa ovvero un tavolo rosso lunghissimo sul quale, se trovavi posto, potevi appollaiarti per scrivere quello che serviva o fare conoscenza con altri colleghi che, come te, sono perdutamente innamorati di una professione, ahinoi, rovinata da troppi pseudo-giornalisti che si sono venduti in passato. Fa rabbia pensare che, ancora una volta, la nuove generazioni siano vittime di quelle precedenti. Sono sensazioni che lasciano l’amaro in bocca ma che, devo dirlo, possiamo dimenticare a Perugia in quelle sale conferenze dove il tuo vicino di sedia ha la tua stessa età ed è pronto a lottare per un posto in qualsiasi giornale. Quello che sta davanti a te, si proprio quello che sembra dormire, in realtà sta twittando una massima di Blau e sta vedendo che succede negli eventi contemporanei. Insomma, lì, in quelle stanze piene di passione e di voglia di fare ci si dimentica del giornale locale di appartenenza, degli ostacoli e di quant’altro ci possa scoraggiare giorno dopo giorno.

Lì siamo come smartphone che nella notte si aggiornano mentre sono collegati al wifi domestico e alla rete elettrica (perché la batteria è sempre troppo scarica!). Al posto delle app, però, rinnoviamo la voglia di fare, scarichiamo nuove idee per il futuro, arricchiamo la rubrica e aggiungiamo letture da fare. Aggiorniamo il nostro sistema operativo inconsapevolmente e senza sforzo.

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