Carta di identità o passaporto?

«Forse è perché so come funziona fuori dall’Italia ma credimi, Giovanni, viaggia. Prendi la valigia e vattene. Fai un master all’estero. Trova lavoro e non tornare».

Ventisei parole, ventisei coltellate. La lama esce ed entra. Prima l’addome e poi il cuore. Forse perfino la coscia. Si, poche frasi che mi hanno martoriato quando, ieri, le ho sentite. A darmi questo consiglio una madre, non la mia, ma pur sempre una donna che quasi sicuramente dirà lo stesso ai suoi figli. Una manciata di verbi carichi di rancore e preoccupazione perché quando una mamma butta il figlio fuori dai confini italiani, se non europei, deve esserci qualcosa di grande a scuoterla a preoccuparla. Perché, evidentemente, è stata colpita sotto la cinta dal bel paese che le ha dato il benservito, tradendo ogni sua aspettativa.

Credetemi, non è stato facile sentire quel breve discorso ma, ahimè, mi sono sentito rispondere: «Ha ragione. Lo sa, scrivo di questo paese, di quest’area e vorrei tanto difenderlo con le unghie e con i denti. Vorrei tanto riuscire a salvarlo per crearmi un futuro qui però, certe volte, certi giorni non ce la faccio e mi dico: ma perché dovrei restare qua»?

Così, oggi ci ripensavo. Stendevo il colore bianco sulle pareti del soppalco di un locale dove dovrebbe sorgere il negozio dove lavorerà mia sorella (e forse anche io). Con il pennello alla mano mi chiedevo: ma, davvero, che devo fare?
Certo, per il momento non mi posso smuovere: ho l’università da finire ma quando avrò preso quella strabenedetta (o maledetta) laurea che diamine dovrò fare?

Perché io vorrei restare qui, in trincea, a fare di tutto per far si che i miei coetanei possano tornare qui, ad Agnone ma è giusto sacrificare i miei sogni? Mi chiedo: se studio lingue non dovrei almeno provare a vivere fuori? Non dico per sempre ma almeno un po’. E la risposta è venuta automaticamente: “certo che devi farlo. Sicuramente, ti farà crescere e, tornato a casa, potrai usare quelle competenze, magari tornare ancora una volta qui, al punto di partenza”.  Credevo di aver messo a tacere gli interrogativi ma subito dopo ne è venuto fuori un altro: e se, ipoteticamente, ti trovassi bene all’estero e la bilancia non pendesse da nessuna parte, che faresti? E se sapessi che in Italia non ti aspetta nessun lavoro? Sceglieresti il tuo paese o la tua passione? E se all’estero potessi finalmente ottenere il tempo indeterminato, sceglieresti il precariato a casa o la sicurezza del paese straniero? Insomma: carta di identità italiana o passaporto?

E qui, in tutta onestà, non ho saputo più rispondere. Ho alzato il volume della radio e ho deciso di ignorare il rumore del cervello che continuava ad arrovellarsi.

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