Cover letters, una maledizione

Circa un mese fa ho scoperto che la mia università, finalmente, poteva regalarmi un’esperienza utile (e dico: seriamente utile!). A quanto pare, infatti, gli studenti possono ricandidarsi per il programma Erasmus Plus Placement: un periodo da 2 a 6 mesi all’estero in cui fare tirocinio presso un’azienda.

“Urca” mi sono detto (Ok, non ho usato proprio urca!) “devo provare!”
Che occasione per migliorare il mio spagnolo o il mio inglese. E, soprattutto, che chance per vedere giornalisti all’opera in un contesto diverso. Così, ho cominciato una lunghissima ricerca che sembra non finire mai. Ed ho iniziato a spulciare annunci e così via. Dopo ore di ricerca, però, riuscivo a trovare almeno un paio di aziende e il gioco sembrava quasi fatto (chi non darebbe un posto da tirocinante non pagato?).

Invece, ahimè, la partita la si comincia a giocare proprio in quel momento e sapete perché? Semplice: la maggior parte delle aziende estere chiede che il lavoratore si presenti utilizzando la forma della cover letter. Appresa questa pessima notizia, perciò, ci si ritrova a fissare lo schermo: come comincio? E lì parte google. Si cercano modelli di lettere di presentazione che fanno schifo. Quindi ti affidi alla tua ispirazione ed inizi a scrivere su di te, il tuo background, le tue esperienze. Aggiungi informazioni sul perché saresti un impiegato modello e sul perché quell’esperienza possa cambiarti la vita o magari come tu potresti salvare il mondo facendo quel tirocinio. Insomma: butti giù una marea di stronzate per finire nella casella della “posta indesiderata” del responsabile risorse umane, un professionista che tutti i giorni riceverà milioni di lettere identiche.

Ne parlo con la mia prof di inglese, nata e cresciuta in Canada, che mi spiega: «Guarda che è la cosa che guardano prima. Se non li colpisci lì, ti cestinano»!  A quel punto assumo un’espressione tipo: “azzo!” e mi innervosisco.

Sia chiaro: ho adorato i compiti di italiano in cui mi veniva chiesto di scrivere saggi brevi. Anche se non ho mai strappato più del 7,5 erano una tipologia di prova che amavo. Però mi chiedo: ha senso saper scrivere di Ariosto se poi non siamo in grado di presentarci degnamente ad un colloquio di lavoro?
Stessa sorte per le lingue straniere: essere in grado di parlare di Dickens forse sarà meno utile che scoprirsi abili nel redarre un report sulla propria vita.

No! Non sto dicendo aboliamo la letteratura però, diamine, adattiamo la scuola alle esigenze del momento. Insegniamo agli studenti a scrivere anche un curriculum decente ed una cover letter che non risulti inutile. Sono all’università, scrivo articoli da quando avevo 17 anni e dicono che sono bravino ma non sono in grado di presentarmi degnamente né in Italiano, né in Inglese tanto meno in Spagnolo. Ci si sente scemi, lo sapete?

Non so. Mi ripeto che la colpa è mia però non ne sono convinto. Forse avremmo dovuto apprendere queste cose, guidati da persone che sicuramente sapranno cosa fare. Probabilmente è una mia lacuna ma non mi pare di aver mai visto una lezione sull’argomento quindi facciamo che è fifty fifty.

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