Partite Iva e Stage, così appare il mondo del lavoro ad un ventitreenne

Buongiorno!

Anzi, no. Forse è il caso di dire: Buongiorno il cazzo!

Mi sveglio e mi butto giù dal letto. Ho una consegna da rispettare per “El nuevo Fígaro“, lezione di inglese alle 10.30 dopodiché si studia ancora; nel pomeriggio, invece, tocca ancora tinteggiare le travi del nuovo locale di papà e successivamente ho un appuntamento per un’intervista per “L’Eco“. Una giornatina piena che, però, riesco ad affrontare perché so che così sto costruendo il mio futuro.

Faccio il login in Facebook per cercare un articolo che avevo letto ieri sera e sbam trovo un titolo: “Lavoro con la partita Iva: guadagno 1.000 euro, anzi no, sono 450“. Il pezzo, firmato da Francesco D’Isa, fa due calcoli in tasca ai giovani italiani che si sono buttati nel mondo del libero professionismo. Quello che ne viene fuori è un lavoro senza tutele né garanzie, uno stipendio da fame e un futuro incerto. Deprimente per chi vorrebbe fare il freelance. Ad ogni modo, non mi abbatto. Insomma: continuo a credere che se il lavoro non te lo danno, te lo devi creare tu. Per farlo, però, hai bisogno di fare qualche esperienza quindi: che fai? Cerchi uno stage. Ed ecco che la rete (o il karma, ancora non lo so) mi butta in faccia un articolo che a grandi lettere comincia con: “Bruxelles: la dura vita dello stagista“. Quanto scritto, se possibile, è ancora peggio. Una vera dose di voglia di suicidarsi ora. Leggendo, infatti, scopriamo che grandi compagnie, enti pubblici e privati non fanno altro che offrire un posto di lavoro con un misero rimborso spese puntando sul falso luogo comune del «Però, in futuro magari mi danno un lavoro» oppure sulla già nota espressione che recita: «Così, il candidato farà un’esperienza che lascerà il segno sul curriculum e le si potranno aprire altre porte».

Come direbbero a Roma, famo a capisse: io lavoro gratis, spesso anche oltre l’orario di lavoro. Svolgo mansioni come un regolare dipendente dunque tu risparmi del denaro che però io ti faccio guadagnare e, a fine contratto, quello che ottengo è solo una misera voce in più sul curriculum?

C’è qualcosa che non va. È chiaro che questa dura realtà sia sotto gli occhi di tutti ma nessuno parla. O, meglio, lo si fa solo per portare acqua al proprio mulino. «Il mio partito, il nostro partito lotterà per…» oppure «quello che propone lei è inutile». Vale a dire: false litigate televisive per guadagnare il consenso mentre, alla fine dei giochi, tutto resta invariato se non peggiorato. Perché? È semplice: la maggior parte dei politici ha un’azienda dunque è comodo sfruttare lo stagista o sottopagare il libero professionista che «Potrà inserire nel suo portfolio clienti anche la nostra multinazionale. Un vanto per un giovane intraprendente come lei».

A questo punto io, umile ragazzo che vorrebbe iniziare ad affacciarsi sul mondo del lavoro, proporrei una soluzione: ribelliamoci e rivoltiamoci! Non sto dicendo di scendere in piazza e sfasciare tutto. Facciamo una rivolta culturale e sottile. Scateniamo l’intelletto. Riformuliamo il nostro listino prezzi e rifiutiamo gli impieghi che rasentano lo sfruttamento. Se tutti facessimo così, alla fine gli imprenditori dovranno adattarsi. In tutta sincerità sono stufo del «Sacrificati per la squadra» o «Ti diamo visibilità». È frustrante sentirsi dire «È un periodo buio anche per noi» perché alla fine, caro datore di lavoro, io sono un essere umano come te. Ho bisogno di nutrirmi e visto che sono giovane magari voglio potermi permettere una birra senza dover dire ai miei genitori: «Mi alzi dieci euro? Te li rendo appena mi pagano». Sapete una cosa? È avvilente.

Perché, se sei fortunato -come dice D’Isa, hai dei genitori che hanno la possibilità di darti qualche spicciolo e, così, risolvi il problema primario, quello economico. Ciononostante, è veramente poco dignitoso. Non c’è cosa peggiore di lavorare e non vedere i propri sforzi riconosciuti.

Lo disse Dickens parlando delle classi operaie nei suoi romanzi, lo confermarono altri ed, oggi, lo voglio gridare anche io. Non so che fine farà questo post. Magari si perderà nell’etere o forse verrà letto da qualcuno ma ragazzi, giuro, mi piacerebbe che questo messaggio risuonasse forte e chiaro: il primo passo da fare e rifiutarsi. Tutti insieme! #Rifiutiamoci

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