‘Ndocciata ed aria di Natale, un’esclusiva tutta “provinciale”

Qui ad Agnone (così come nella maggior parte del mondo), oggi, è 6 dicembre.
Significa che tra due giorni ci sarà la ‘Ndocciata quindi si può dire che siamo ufficialmente entrati nel periodo natalizio. C’è un’atmosfera particolare: musica in filodiffusione, tante luci accese nelle case (che generalmente hanno le imposte chiuse), è quasi impossibile trovare parcheggio e i bar sono strapieni. Si fa la fila al supermercato.

Insomma: il paese si riempie di turisti e vacanzieri e, lasciatemelo dire, il clima si scalda (anche se fuori fa freddo). Ora, prima di uscire a cena con i miei amici, mi trovo in camera e sento la musica (una di quelle canzoni dei cd come “Christmas Carol”) e mi chiedo: ma in città sarà così? Un attimo dopo mi rispondo: no!

In mattinata, io e mia sorella stavamo addobbando casa quando con la memoria sono tornato al mio primo anno di università a Roma. Le luci natalizie, gli alberi e i panettoni erano spuntati nei negozi già dopo il famoso Ponte dei Morti ma l’aria era quella di sempre, quella di una metropoli. Tutti corrono dal punto A al punto B e chi se ne frega se Natale è alle porte. Eravamo un po’ spaesati, io e i miei coinquilini così andammo dal Cinese e comprammo un albero di Natale, palline, luci e ghirlande. Addobbammo il tutto prima di tornare a casa intorno al 6 dicembre. L’albero era piccolo, la punta era storta e le lucette puzzavano di plastica ma per noi andava benissimo così. Attaccammo alla porta di casa una ghirlanda con scritto “Buone feste”. Fummo i primi in tutto il palazzo e, devo dirlo, una volta guardando dallo spioncino vidi la signora del piano di sopra storcer il muso davanti a quella ghirlanda. Avrei voluto aprire la porta e dirle: scusi se ci va di portare un po’ colore qui dentro.

Era il 22 dicembre quando con valige immense ci imbarcammo da Termini (si, si tratta di veri e propri viaggi all’insegna dell’avventura!). Anche in quel caso la gente ci guardava storto. Però, lo ammetto, avevano ragione. Eravamo così felici di tornare a casa da indossare cappelli di Babbo Natale (che la mia coinquilina ci aveva regalato!). Forse era un po’ troppo ma non era questo il punto.

Il fatto è che, secondo me solo qui -in questi piccoli posti- si sente la vera aria di Natale. E non è un discorso campanilistico. È semplicemente che in città si corre troppo. Non c’è tempo di fare i biscotti, le pizzelle, le ostie e i mostaccioli. Non si perde tempo ad abbrustolire il pane per la Zuppa alla Santè. No! Lì si compra il Pandoro, la lasagna già pronta ed eccoci qua, il Natale di Ikea è pronto.

Lì avrete le università, la metro e la linea Adsl veloce ma no, il vero Natale no. E, forse, nemmeno ce lo avrete mai! (Se ci fossero cittadini metropolitani a leggere, insultatemi pure. Il confronto è costruttivo).

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