Corsi e ricorsi storici: 2014 e anni ’60. Su per giù la stessa solfa

Sedevo in seconda fila a sinistra. Avevo circa dodici anni e, affascinato dai telefilm statunitensi, sognavo l’America. Tutto questo accadeva mentre la mia professoressa di lettere ci spiegava il concetto dei “corsi e ricorsi storici” ideato da Giambattista Vico. Mi sembrò una teoria interessante ma niente di concreto.

Oggi, ahimè, devo contraddirmi ed ammettere che Vico avesse ragione (e che io avrei dovuto dirmi “sta zitto, scemo! chi sei tu per contraddirlo?”). Perché devo contraddirmi? Cerco di farla breve.

È della settimana scorsa la notizia che faceva riferimento ad un rapporto Istat sull’emigrazione italiana. Cosa ne viene fuori? Un’ottima notizia: gli italiani abbandonano il Bel paese e vanno fuori alla ricerca di fortuna. Nel 2013 mille italiani in meno non sono tornati nella madrepatria in confronto al 2012. Infine, il 31% degli emigranti è laureato (è tutto scritto qui).
Ma dove andiamo? Molti di noi scelgono Londra infatti la capitale inglese ospita ben cinquecento mila connazionali.

Torniamo a bomba: che c’entrano i corsi e ricorsi di Vico?
Era il 1966 (o poco dopo) e mio nonno stava per partire verso il Canada. I Giaccio avrebbero dovuto raggiungere altri familiari che già vivevano lì. Qualche giorno prima della partenza, mio nonno ebbe un incidente che gli impedì di partire. Come mio nonno, il mio prozio cercò la fortuna a Montreal e lì si stabilì con la famiglia. «Piangevo tutti i giorni» mi ha raccontato durante la sua ultima visita. «Fu zia (sua moglie) a convincermi. Mi disse: tu qui puoi permetterti di mangiare e di comprarti le sigarette. Ad Agnone potevi? No»!

Zio e molti altri coetanei dovettero abbandonare l’Italia perché in quegli anni lo stivale non aveva più niente da offrire. Partirono, piansero e sentirono la mancanza e la nostalgia di casa. Furono tentati a tornare indietro ma: avevano scelta? No, non potevano tornare indietro. Qui avrebbero fatto una pessima vita.

Dunque: non è un corso e ricorso storico?
Adoro stare qui in Italia, soprattutto nel mio paese ma non posso fare a meno di chiedermi: ma posso permettermi di scegliere con il cuore? Posso davvero fare quello che desidero invece di quello che devo? Insomma qui il bivio non è più quello di quindici o venti anni fa. L’estero non è più il posto in cui veniamo pagati di più; oggigiorno, l’estero è l’eldorado dove abbiamo possibilità di lavorare.

È veramente triste ma è così.

Da piccolo sognavo l’America, e ammiravo l’Inghilterra. Volevo trasferirmici e vivere lì. Un conto però è scegliere di farlo, tutt’altra cosa è sapere di essere costretti a farlo. Tuttavia mi ripeto: almeno siamo in Europa. Si impiega meno tempo a viaggiare da Agnone a Londra (passando per Pescara) che partire da Agnone e arrivare a Milano in macchina. Improvvisamente l’Europa sta diventando davvero casa nostra. Stiamo iniziando, molto lentamente, a prendere confidenza con l’idea di sentirci figli e abitanti dell’Unione. Ma, mentre tutto questo si realizza, ci sono politici e cittadini che credono che il sogno mazziniano sia solo una truffa. Che si tratti solo di una fonte di problemi e che sarebbe meglio uscire da questa “associazione”.

Non conosco bene i dettagli del dibattito ma guardo al programma Erasmus o penso al fatto che oggi andare in Ungheria è semplice così come arrivare a Firenze e mi chiedo: perché? Perché dovremmo lasciare l’Europa proprio ora che può servirci di più? Perché darle tutta la colpa?

È che l’Europa è il capro espiatorio. Un po’ come quando, negli anni cinquanta-sessanta, gli italiani rimpiangevano Benito perché «con il fascismo mangiavano tutti». Eh, si! Vico aveva ragione!

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