Budapest e legge di Murphy #1

Torno a scrivere qui sopra… finalmente!
Onestamente, prima di cominciare questo post, ero combattuto. Ho letto abbastanza brutte notizie e non sapevo scegliere di quale lamentarmi poi, però, mi sono detto: «Diamine! Il Natale è vicino. Facciamo pensieri felici» e così ho deciso di raccontarvi un aneddoto di Gio il viaggiatore.

Roma, martedì 11 dicembre 2012. Due giovani, un maschio ed una donna, hanno appena finito di fare un giro dalle parti del centro passeggiando in Via del Corso, tutta natalizia: fiocchi e lucette in ogni angolo.

I due (dei quali uno ero io) sono a bordo di un treno della linea B diretti a Termini: «Allora, appena arriviamo, riprendiamo i bagagli e andiamo direttamente a prendere il treno per Ciampino» dice lei.
«Si, si. Meglio cenare lì in attesa del volo per Budapest» concordo.
«Ci vuole tanto da qui a Termini»?
«Sono poche fermate. Avremmo potuto camminare ma non ricordo la strada» ammetto,  prima di ricadere nel silenzio tombale del vagone. Stranamente sono tutti muti così ci adeguiamo.

«Alla prossima, si scende» dico a mia cugina. Lei indossa una giacca molto leggera mentre io (che ho visto che le temperature non saranno estive) porto un piumino blu che mi fa sentire ingombrante soprattutto perché ho lo zaino strapieno. Da Agnone, sto portando dei vestiti che servono a mia cugina e  abbiamo deciso che li metteremo nella sua valigia in aeroporto, prima del controllo. Ci è sembrato logico farlo lì: che problema avrebbero potuto crearmi?

Ragazzi, è bene fare una pausa. Esiste un principio secondo il quale se esiste una probabilità che un qualcosa di raro accada, questo qualcosa succede. Sto solo per scoprirlo a mie spese.

«Termini! Si scende»! affermo prima che si aprano le porte. Io e mia cugina siamo i primi poiché ci siamo messi in piedi proprio a fianco all’entrata. Per fare prima, abbiamo preferito stazionare qui. Però… dovremmo fare prima! La legge di Murphy sta per avere il sopravvento…

Le porte iniziano ad aprirsi, mia cugina sta per avviarsi quando un uomo abbastanza corpulento urla: «Aho! Devo da uscì»!
(Tutto succede in una frazione di secondo). Le porte iniziano ad aprirsi, lui si alza e di scatto corre spinge mia cugina che si e spinge me verso una porta. Questa aprendosi afferra la parte superiore del mio zaino e la trascina. D’un colpo mi sento andare verso sinistra. La gente non si accorge di niente così segue l’uomo mentre io mi ritrovo con le punte dei piedi che sfiorano la banchina. Gli sportelli scorrendo avevano risucchiato per così dire il mio zaino che, tirato verso l’alto, mi aveva sollevato impedendomi di toccare il pavimento e quindi di fare forza. Insomma: avete presente la scena dei film americani anni ’80 in cui il bullo prende il bambino per la camicia e lo alza?
Mio malgrado, il bimbo ero io.

Sconvolto non riesco a fare molto più di scoppiare a ridere. Il che, naturalmente, mi fa perdere ulteriormente le forze. A quel punto sono inerme, sospeso tra treno e banchina. Vedo mia cugina passarmi davanti allora ridendo cerco di chiamarla ma lei, nella confusione, non si gira. Le afferro una ciocca di capelli e provo a tirarla ma niente. Finché, ad un certo punto, un calabrese sulla trentina vede me, un salame appeso, e capisce che ho bisogno di aiuto.

Il tipo comincia a tirarmi e in quel momento mia cugina si volta, mi guarda e. ovviamente, scoppia a ridere. Io, coglione (si, lasciate che mi insulti!) ricomincio a ridere così quando il tipo mi da una spallata quasi non cado addosso a mia cugina che stava lì piegata in due, lacrime agli occhi ridendo di me.

Il ragazzo ci guarda e, come è giusto che sia, emette un: «Bah…» e se ne va.

Noi, invece, siamo rimasti lì a ridere (come due cretini) finché la banchina non si è totalmente svuotata. A quel punto ho riassunto la situazione e ci siamo avviati verso il piano superiore. Budapest ci aspettava…

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