Ops: sono diventato la mia nemesi!

Una delle prime parole che mi è stata insegnata, quando ho cominciato a scrivere per i giornali locali fu: marchetta (altrimenti nota con un vocabolo meno elegante, ndr).
La marchetta, dalle mie parti, non è altro che un publiredazionale ovvero un articolo che le aziende pagano per pubblicizzare la compagnia o il prodotto. Insomma una pubblicità travestita da articolo. Un contenuto “negoziato” che, perciò presto, mi hanno insegnato a guardare male (nonostante sia una delle vertebre della spina dorsale dell’editoria). E, devo ammetterlo,è passato un po’ prima che sfatassi questi falsi miti e mi facessi una mia opinione. Infatti, tra le mille e UTILISSIME cose che mi sono state insegnate, mi è stato inculcato anche un falso mito, una leggenda metropolitana che più o meno recitava così: “Aziende, no! Aziende, cattive!” Si, come se si trattasse di un comando da insegnare a Fido.
Si tratta di un concetto che, in base alla mia esperienza, non conosce confini regionali. Ho collaborato con più giornali e ogni qual volta ci si trovasse a fronteggiare una nota che partiva da un ufficio stampa aziendale, automaticamente questi veniva cestinato.

Così, ad un certo punto, ho sviluppato un odio per le marchette, le note aziendali (anche se non fossero marchette) e, addirittura, per i portavoce, gli addetti stampa e gli uffici comunicazione. Ho rifiutato in blocco il comparto e mi sono creato una barriera mentale, una sorta di immagine nella quale io (cronista) mi trovavo sulla sponda sud di un fiume immenso e i comunicatori sull’altra, opposta. Come se lavorassimo per due fazioni avversarie. I Guelfi e Ghibellini.

Così un giorno decisi che avrei sfidato la sorte: parlai con un mio amico che fa nientepopodimeno che l’addetto stampa. Gli chiesi come fosse il lavoro, come ci si sentisse e lui mi spiegò: «Oddio non è proprio come fare il cronista. È un concetto molto personale, dipende dai gusti ma a me piace. È un altro tipo di comunicazione ma non per questo meno affascinante».

Finita quella serata, perciò, iniziai a leggere e studiare. Approfondì sulle case histories di alcune aziende e si svegliò in me un certo prurito. Capì che era venuto il momento di cimentarmi in questa nuova esperienza. Lasciato l’Eco così ho cominciato a cercare un lavoro nel settore e, qualche mese, dopo inaspettatamente ne ho trovato uno.

Da quel momento in poi, ho notato tante piccolezze sui miei colleghi, tante stranezze che per me prima erano ovvie, naturali come l’odio per la comunicazione aziendale. Soprattutto, dal giorno in cui mi sono trasformato nel mio peggior nemico, ho iniziato a guardare siti di aziende (impiegate negli più svariati settori), ho cominciato a guardare le pubblicità. Ho perfino smesso di cliccare su salta questo video, quando vado su YouTube. E sapete che è successo? Che così facendo non mi sono reso conto di quello che stessi facendo. Mi sono innamorato del mio lavoro. Mi sono innamorato del cercare nuove soluzioni per attrarre clientela, mi sono innamorato del fatto che è compito mio analizzare la percezione che i media e il pubblico hanno dell’azienda che rappresento. Mi sono trasformato in un comunicatore-marketer senza nemmeno accorgermene. E sapete qual è la cosa migliore? Che l’ho realizzato l’altro giorno quando mi è stato chiesto di spiegare il lavoro che stessi facendo.

Improvvisamente mi sono sentito davvero fortunato e ho capito che, cacchio, facevo il lavoro che volevo fare, anche se non lo sapevo.
Ora non mi resta che scoprire tutti gli altri altarini, come il falso mito della marchetta ma per quello c’è ancora tempo. Siamo solo agli inizi!

A presto…

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