Capuzzi: «il narcotraffico in Messico riguarda anche noi e questo ci fa paura»

Perugia – Era il mio primo giorno da volontario al Festival internazionale del giornalismo. Come addetto all’ufficio stampa dovevo seguire la presentazione di Coca Rosso Sangue, un’inchiesta che racconta i retroscena del traffico di esseri umani e del narcotraffico in Messico.

La presentazione, mi colpì; mi entrò dentro grazie ai racconti di Lucia Capuzzi, autrice del libro, e del fotografo Edu Ponces, che si era occupato di raccogliere immagini di una guerra, sconosciuta ai più.Così comprai il libro e, ahimè, per qualche tempo lo abbandonai, assorbito da piacevoli letture universitarie. Qualche tempo fa, però, ho ripreso in mano Coca rosso sangue, l’ho divorato e, pagina dopo pagina, ho capito che non potevo limitarmi a leggere. Dovevo saperne di più così contattai la Capuzzi, giornalista per Avvenire, e le chiesi: mi concede un’intervista?

Quello che segue è il frutto del nostro colloquio “telematico“.

I suoi studi sul narcotraffico e “Coca rosso sangue” iniziano quando le viene assegnato l’articolo su un centro di riabilitazione per tossicodipendenti. Perché  quell’esperienza è  stata così significativa? Cosa la spinse a dare inizio a tutto quanto?
Perché si trattava di una ennesima mattanza efferata. E quando la
violenza aumenta vertiginosamente in un Paese, significa che sta
accadendo qualcosa nel profondo. Credo che le stragi siano in generale
la punta di un iceberg. Nel caso messicano, l’iceberg era un mutamento nell’equilibrio del narcotraffico…

Un filo rosso che unisce le Americhe con l’Europa. Una storia fatta di persone scomparse, usate e ammazzate. Un paese, il Messico, che vive quotidianamente con il terrore mentre in qualche discoteca milanese c’è un consumatore ricurvo su un tavolo pronto a “farsi una striscia”. Due  mondi così  diversi e così  distanti che lei ha raccontato. Perché l’Italia aveva bisogno di sapere?
Perché questo mondo virtuale e mediatico, ci ha abituato a scollegare le cause dalle loro conseguenze. Le guerre, ad esempio, vengono presentate come videogiochi per renderle “accettabili”. Non siamo abituati a vedere gli effetti dei nostri comportamenti. Dietro ogni striscia c’è una lunga scia di sangue. Credo che sia giusto ricordarlo a quanti ne fanno uso cosicché possano decidere con maggiore consapevolezza.

Lei ha sempre detto che in Messico rischiano la vita i giornalisti locali. Gli “outisder”, gli inviati, possono dire quasi tutto, senza alcun rischio. Allora perché tutto questo silenzio? Perché  se ne parla così poco?
Semplicemente a causa del fatto che siamo legati a una visione “anni Sessanta” dell’America Latina. Per noi èancora il Contienete delle guerriglie… In realtà le
emergenze sono ormai mutate. Certo, derivano dagli errori commessi nel
passato, quando l’Occidente ha fatto pagare gli scotti della Guerra
Fredda al Sud del mondo. Il narcotraffico è la prima delle emergenze latinoamericane. Ma riguarda direttamente anche noi e, forse, proprio per questo, ci fa paura.

Crede che tutto questo potrà mai finire?
Il Messico e l’America Centrale non possono farcela da soli. Hanno necessità dell’aiuto della comunità internazionale. Resto, però, convinta che il male, in qualunque forma, possa e debba essere sconfitto.

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