Un po’ di libero arbitrio non guasta mai

type2.jpgAvevo circa quattordici quando, per la prima volta, provai a scrivere qualcosa di mio. Stavo finendo di leggere Eragon quando scoprì che il suo autore, Chrisopher Paolini, era poco più di un adolescente allora mi chiesi: perché non provo a scrivere un libro?

Ero sempre stato un ragazzo creativo, pieno di immaginazione. Molto spesso ero io a dettare le ‘scenografie’ ed i ‘copioni’ quando da piccoli si giocava. Ero io a dire “ora facevamo che…“. Insomma di fantasia ne avevo da vendere. Allora perché non fare un tentativo?

Durante un pomeriggio piovoso lanciai Microsoft Word ed iniziai a buttare giù quel testo. A cena informai i miei genitori: “Ho deciso che scriverò un libro”. Mia sorella (bastarda!) mi scoppiò a ridere in faccia e mio padre mi sfidò: “vediamo!”.
Pochi giorni dopo, mi ero arenato. Non sapevo come portare avanti la trama, non sapevo che fare. Mi bloccai e il progetto (se così possiamo definirlo) morì. Ci riprovai qualche anno dopo, questa volta in gran segreto. Un altro tentativo sterile.  Nonostante tutto, continuavo a leggere. Volevo scrivere qualcosa che toccasse le persone, che arrivasse al pubblico ma non sapevo come fare così per qualche tempo mi arresi all’idea che non avrei mai pubblicato niente.

A 17 anni, però, quel desiderio divenne un’esigenza e così trovai un blog che avrebbe ospitato i miei articoli. Anche questa volta, il tutto era coperto dal riserbo. Ero soddisfatto ed orgoglioso dei miei articoli ma temevo il giudizio altrui così quando, al quinto liceo, cominciai a dire in giro che volevo fare il giornalista, tutti mi guardavano con aria sorpresa dicendo: “E mo? Che è ‘sta storia?”
Sembrava un capriccio, un qualcosa detto lì a caso, un po’ come i bambini che affermano di voler fare i calciatori o gli astronauti. Cose dette così…

Studenti universitariAd ogni modo, io ero davvero intenzionato infatti cercai una facoltà che potesse darmi le basi per lavorare come giornalista, pur lasciando aperte altre porte. Mi impegnai per scegliere il percorso giusto nonostante, devo dirlo, i miei continuassero a pensare che fosse solo una scusa per lasciare Agnone, andare a Roma e fare baldoria. Lo ammetto: non è che abbia fatto troppo per convincerli del contrario. La mia media rasentava il 7 e loro avevano tutte le ragioni per credere che volessi solo perdere tempo.

Oggi, posso dire che ho ottenuto più o meno quello che volevo. Il mio grande disegno ha subito qualche piccola variazione ma sono soddisfatto. Sebbene ancora non termini i miei studi, ho un lavoro e continuo a seguire il mio piano (al quale i miei genitori non credevano). Ciononostante non posso non chiedermi: e se avessi seguito i progetti dei miei genitori? Dove sarei ora?

Non credo sarei stato in grado di entrare ad Infermieristica, come voleva mia madre, e non penso avrei superato nemmeno il primo esame di Giurisprudenza, come insisteva mio padre. I genitori vogliono solo il meglio per i propri figli anche se, talvolta, non sono in grado di andare oltre i propri confini. Quelli lì saranno pure adolescenti con il diploma in mano ma, magari, un po’ di sale in zucca ce l’hanno. Se li ascoltaste, forse, fareste meno danno che obbligandoli a prendere percorsi di studi che IN TEORIA dovrebbero permettere un più facile ingresso nel mondo del lavoro. È così che si pianta la frustrazione ed nei laureati del futuro.

Seguire le proprie passioni,  lavorare duramente per raggiungere gli obiettivi che ci si prepone, invece, è la strada verso il successo. Non è detto che si arrivi in vetta ma, almeno, a fine giornata, non ci si attaccherà alla bottiglia per la disperazione!

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