Meno matricole nelle università. Colpevole la pessima offerta formativa

Miur in lutto: l’università italiana è morente e lo Stato guarda alle statistiche. Ma i problemi non si raccontano con i numeri.

Dispersione alle stelle e un numero di matricole sempre più basso. È questo ciò che emerge nello studio elaborato dalla Fondazione Res, un’elaborazione di dati sulla quale verte l’inchiesta di “Reppublica” pubblicata ieri (consultabile qui: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/01/14/news/la_grande_fuga_dall_universita_-130049854).

Il pezzo, intitolato “La grande fuga” è nient’altro che una corposa analisi che tiene conto di statistiche e opinioni di professori, sociologi ed associazioni di categoria. Un articolo eccellente (tra l’altro, chi sono io per dire il contrario?) che però non prende in considerazione un fattore molto, molto importante. Fondamentale, direi. La soddisfazione degli iscritti.

È bene, infatti, considerare che a tanta dispersione corrisponde anche un numero pressoché uguale di studenti iscritti che, lentamente, avanzano con frustrazione verso il traguardo. Questo sentimento perciò non può non essere trasmesso a compagni, amici e parenti che si affacciano al mondo accademico italiano.

Prima di procedere, è necessario che io faccia una premessa: decido di mettere bocca su questo argomento perché in parte mi sento colpevole. Sono, infatti, uno studente atipico. Sono fuori corso e, devo ammetterlo, attualmente ho un rapporto conflittuale con l’università perciò, se mi capitasse a tiro un ragazzo del quinto, potrei traviarlo. Inoltre, ci tengo a specificare che tutto ciò che verrà detto è frutto di una riflessione partorita da una mente comune  (non ho un quoziente da 150, non ho ingoiato una Treccani e non mastico statistiche). Insomma, prendete questo post per ciò che è: una mia personalissima riflessione.

Sono uno studente iscritto formalmente al terzo anno di Lingue e Mediazione Linguistico-Culturale. Dico formalmente perché, come scritto sopra, sono fuori corso. Quando ero al mio secondo anno, decisi di proseguire gli studi da casa, senza frequentare. Feci i bagagli e tornai in Molise dove cominciai a scrivere per un quotidiano locale. La scelta fu sofferta ma la verità era una: ero stufo di frequentare lezioni noiose che di fatto non mi davano nessuna nozione. Troppa inutile teoria; una mole di conoscenze aleatoree e poco concrete che mi sorprese. Quando mi iscrissi a lingue credevo di entrare in un contesto professionalizzante che mi avrebbe preparato ad una gamma di sbocchi valida, come indicato dalla guida studenti – che avevo imparato a memoria nei mesi che precedettero la mia maturità.

Difatti, nonostante mi aspettassi qualche barboso corso, credevo che il mio corso di laurea avrebbe fatto si che concentrassi i miei sforzi nell’apprendimento delle lingue. Che stupido!

Una volta entrato, scoprì che le lingue occupavano solo in minima parte il mio tempo, con lezioni elementari e poco stuzzicanti. Una truffa!
 
Tra il primo e il secondo anno, contattai due università chiedendo informazioni sul riconoscimento dei crediti. Ero intenzionato a cambiare ateneo ma, anche qui, rimasi deluso. Nessuno mi ha mai risposto e allora rimasi dov’ero. Il risultato? Pochi mesi dopo cominciavo la vita di tirocinante e studente non frequentante.

Non dico che la mia condizione migliorò, anzi. Devo ammettere che, spesso, mi chiedo: se fossi rimasto a Roma sarei laureato?

Ad ogni modo, allontanandomi dall’università ebbi la chance di fare esperienza, iscrivermi ad un ordine professionale e, successivamente, trovare un lavoro part-time che mi consente di pesare meno sulle spalle dei miei genitori.

Tuttavia, quando oggi mi chiedono: “ti iscriveresti all’università?” non posso rispondere con un si convinto. Al contrario devo spiegare quanto sia importante trovare un ateneo che offra un corso di studi adatto alle proprie esigenze e alle proprie aspirazioni. Ed è qui che casca l’asino. Mi chiedo (e vi chiedo, lettori): ma chi di voi vorrebbe seguire corsi che non fanno altro che prepararci con lezioni nozionistiche? Quale università ospita una facoltà simile?

Bene, è qui che sta il punto. È questo il punto. Oggigiorno trovare lavoro è quasi impossibile, aprire una partita iva è una sfida alla sopravvivenza  (sfida che io accetterei ma questa è un’altra storia!) e andare all’università richiede importanti sforzi economici.

In un contesto come questo, potete meravigliarvi se le statistiche mostrano un calo delle iscrizioni? Perché, vedete, non è un solo fatto economico. No! È necessario anche considerare la qualità del servizio reso. Una qualità che, ammettiamolo, lascia molto a desiderare.

E se questo parere, il mio, è condiviso anche solo da altre poche centinaia di universitari italiani (come credo che sia) ecco svelato il mistero. Siamo noi, gli allievi, ad allontanare le future matricole. Ma la colpa non è nostra. È di quella pessima istruzione che ci state dando a caro prezzo.

P.s.: Sono perfettamente a conoscenza che un delicato argomento come questo andrebbe trattato toccando più argomenti e mi riservo il diritto di farlo in seguito. Per il momento, mi fermo qui.

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