Migranti. Se la tua città fosse in fumo tu non scapperesti?

Ognuno di noi chiama casa quel posto in cui nasce e cresce. Casa sono quelle quattro mura che ci ospitano insieme ai nostri cari, i nostri genitori, la famiglia. È quello spazio che ci fa scaldare il cuore, che custodisce ricordi e che ne fa tornare alla mente altri.
Quando pariamo di paese natio (o di città) il discorso è analogo. Camminando per le strade di Agnone (dove sono nato, cresciuto e vivo ancora, ndR) posso indicare l’angolo in cui sono caduto con la bicicletta catapultandomi in una fontana. C’è la strada che ci vedeva scorrazzare da bambini, il parco in cui abbiamo passato le estati progettando il nostro futuro. Tutto questo mi appartiene ed io appartengo a tutto questo. Voi altri che leggete il post amerete Pescara, Roma, New York, Londra, Napoli o Caltanissetta.

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Cosa accadrebbe, però, se un giorno una guerra iniziasse a distruggere tutto quello a cui tieni? Come ci sentiremmo se quel parco, in cui abbiamo dato il primo bacio, diventasse cenere, quella scuola un cumulo di macerie, quell’ufficio venisse bombardato? Proveremmo a resistere, è chiaro, ma ad un certo punto la fuga diventerebbe necessaria, obbligatoria. Credo che dopo mesi e mesi di fragori notturni,

SYRIA-CONFLICTesplosioni, sparatorie, gente morta in strada, amici menomati e parenti scomparsi, anche noi penseremo di andare altrove. Cercheremo una seconda opportunità.
Ma dove andremmo?
Beh, se un terremoto distruggesse Agnone, credo che proverei a trasferirmi in un paese vicino, a pochi chilometri di distanza. Ma se, invece, a radere al suolo casa mia fosse una guerra?
In tutta onestà, penso che io cercherei fortuna in un’altra nazione. E lo farei a tutti i costi.

Refugees01

Mi imbarcherei illegalmente su un gommone diretto verso un paese straniero. Cercherei -fortuna in un continente del quale ignoro la cultura, le tradizioni, la lingua e le leggi. Cercherei di oltrepassare quel filo spinato che separa l’incubo dalla libertà, dalla speranza e aiuterei chi, con me, fa lo stesso.

È sabato sera e mi è capitato di leggere un articolo del Time sulle foto premiate al “World Press Photo of the Year“. Le ho osservate, ho letto le didascalie e mi si è stretto il cuore. Mi sono venuti i brividi proprio mentre, in tv, Salvini a “C’è posta per te” faceva le solite battutine. Ho provato rabbia e disgusto e così ho deciso di fare un in tentativo. Leggere l’intero pezzo, credetemi, è un investimento tuttavia, se non avete abbastanza tempo o non avete voglia di farlo vi chiedo di dedicare 5 minuti alla gallery intitolata “HERE ARE THE BEST NEWS PHOTOS OF THE YEAR”. Vi prego di concentrarvi almeno sugli scatti dedicati alla Siria.
Perché vi invito a fare questo?
Semplice: sono certo che solo così riuscirete a capire che quei migranti non sono una minaccia e che è un loro diritto sperare nel meglio e cercare un futuro migliore, una vita tranquilla.
Se non riuscite a trovare un briciolo di compassione in quegli scatti, beh allora mi arrendo. In tal caso, però, ricordate: a vincere non è stata la vostra teoria bensì la vostra mancanza di umanità e, credetemi, non c’è motivo per festeggiare.

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