Tanti articoli nessuna riflessione. La crisi del giornalismo siamo noi

Roma, il funerale di Marco Pannella è appena finito e un giornalista sta tornando a casa in bicicletta. L’uomo ha un piccolo contrattempo ed è costretto a chiedere aiuto ai passanti che lo schivano (ed oserei dire lo schifano) liquidandolo con poche frasi.

È questo l’abstract dell’articolo pubblicato da “Gli Stati Generali” a firma di Michele Fusco: un pezzo che mi ha aiutato molto a riflettere su alcuni comportamenti ormai tipici degli esseri umani. Sebbene non condivida tutto ciò che è stato scritto, infatti, non ho potuto evitare di pensare: “Cazzo! È vero. Purtroppo anche io avrei fatto così. Magari non me lo ricordo ma è già capitato…”.

Insomma, grazie a Fusco ho potuto fare due precise considerazioni: la prima sulla cattiveria e la superficialità di certi esseri umani (mi ci metto pure io!); la seconda su uno dei principali ruoli del giornalismo ovvero la guida verso la riflessione.

Come giornalisti  siamo portati a cercare la viralità. Nel mondo dell’editoria digitale gli articoli sono diventati contenuti e questi, troppo spesso, vengono redatti pensando di intercettare like o, meglio ancora, condivisioni (sui social, ndr) che aumentano il potenziale di visibilità del pezzo.

Il problema, perciò, a parer mio, non è il mezzo ma l’utenza. E quando parlo di utenti non mi riferisco ai lettori. Parlo di noi giornalisti, blogger, contenent creator e così via. Noi che abbiamo fatto di internet un luogo per esercitare la professione. Noi che ovviamente vorremmo trarre profitto dalla rete. E allora mi chiedo: non converrebbe lavorare a un qualcosa che sia di qualità anziché solo virale? Perché, vedete, un pubblico di lettori che parla del tuo articolo mentre sta al telefono o in giro con amici è sicuramente più funzionale di un pubblico che si limita a cliccare like o a condividere il post.

Come dicevo prima: informare e far riflettere. Questo è quello che dovremmo fare. I giornali locali, poi, hanno un ruolo ancor più delicato: fare da cerniera tra gli avvenimenti internazionali, nazionali e locali. Spiegare le implicazioni degli accadimenti europei a livello cittadino o provinciale, trovare le connessioni. Al contrario, vedo sempre più articoli che alimentano falsi luoghi comuni, appiccano roventi conversazioni citando stati e post pubblicati su Facebook. Nessuna ricerca, nessun approfondimento, nessuna verifica.

Copia, incolla, pubblica.
E allora dov’è la mediazione, l’informazione, l’approfondimento?
Come i chirurghi tagliano via ciò che danneggia la salute del paziende, noi dovremmo eliminare le bufale, mettere a tacere gli stereotipi, aiutare le persone a pensare, a considerare i fatti con altri punti di vista. Dovremmo formare l’opinione pubblica.

Uso il condizionale perché leggo molti giornali locali (molisani e non!) e mi rendo sempre più conto che sono in pochi a fare questo tipo di lavoro. E allora mi rivolgo a noi, professionisti. Il giornalismo è una vocazione, non un ordine calato da chissà quale divinità. Credo che se non siamo in grado di fare il nostro dovere o se non vogliamo farlo, dovremmo tirarci da parte. Darci all’ippica. Senza se, senza ma e, soprattutto, senza lamentarci degli scarsi introiti pubblicitari, della crisi del giornalismo. Forse siamo noi la crisi del giornalismo. Non malediciamo internet piuttosto noi stessi.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...