Perché rimpiango un catorcio…

Tutti abbiamo guidato un catorcio. O, almeno, tutti avremmo dovuto farlo. Perché un catorcio sarà pure lento, rumoroso e un tantino imbarazzante ma fa fico. Un rottame serve per imparare a guidare ma soprattutto serve per vivere avventure.

Ci ripensavo oggi, mentre prendevo un caffè con un’amica. Entrambi siamo stati al volante di un catorcio. Anzi, lei lo possedeva. Io usavo quello di mia madre. Lei guidava una Fiat Uno (bianca!) immatricolata nel 1991, io una Panda blu (anzi una Panda Jolly, perché faceva differenza, al tempo).

Ricordo, per esempio, quando il giorno dopo di una disastrosa scampagnata io, questa amica e un altro nostro compagno di disavventure tornammo sul luogo del delitto per chiudere la porta di una baita che era stata scardinata (questa è un’altra storia buffa) e pioveva a dirotto. Era giugno ma l’acqua cadeva copiosa e praticamente rientrammo in macchina come se avessimo fatto una doccia. Il prato era bagnatissimo e con la mitica Uno avemmo la geniale idea di cominciare a fare rally sul prato finché la Fiat cominciò a puzzare, un odore stranissimo che difficilmente saprei descrivere.

Non scorderò mai quando, tornando da Isernia, decisi di sorpassare un camion betoniera sulla statale. Eravamo in discesa ma Jolly (era così che chiamavo il Pandino) era stracarico. Sui sedili sfondati sedevamo in cinque e il motore non ce la faceva così, vedendo che l’affiancamento era troppo lungo, andai nel panico e urlai: “Spingiamola!”.
Cominciai ad agitarmi ed ondulare verso il parabrezza, come se fossi su un’altalena, e i miei amici (idioti pure loro) mi seguirono a ruota. Credo che l’autista del grosso camion, vedendo quella scena si impietosì, rallentò e ci fece rientrare.

Ancora, è passata agli annali l’auto-tamponamento che provocai quando, dando le indicazioni alla solita amica, continuavo a dirle che – facendo retromarcia non avrebbe urtato Jolly. Anche se miscredente, lei seguì le mie direttive e strusciò contro Jolly che fece un movimento stranissimo. Oscillò maledettamente. “E mo? Vediamo se t’ho fatto un danno!” mi disse Clara.
“Ma zitta! Semmai il danno l’ho fatto io. Andiamo a farci il brachetto che c’aspettano”.

A 18 anni io e Clara avremmo voluto una macchina figa. Avremmo voluto trovare un veicolo infiocchettato fuori al liceo, dopo la maturità. Ci sarebbe piaciuto poterci spingere oltre i 70 Km di distanza con la nostra diligenza ma non potemmo mai farlo.

La mitica Uno abbandonò Clara al primo anno di università; la mia al secondo. Forse, andando in pensione, avranno voluto farci capire che gli anni dell’adolescenza erano finiti. Forse abbiamo concorso alla loro fine. Forse… Tuttavia di sicuro c’è che oggi non rimpiango il fatto di non aver avuto una berlina. No! Se avessi avuto una vera macchina non avrei avuto tutti questi ricordi e molti altri ancora.

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