La multimedialità è un must e i giornali locali dovrebbero investire nell’inchiesta. Parola di reporter

giorgio-cabecera-lowHunger for bees” è il nome del reportage, supportato dal Centro Europeo di Giornalismo, che vede tra le sue autrici Adelina Zarlenga. È proprio alla giovane giornalista molisana che ho rivolto qualche domanda per una breve intervista.

Cominciamo dalle basi. Ricostruiresti per Gio’s Paper la tua carriera in tappe?
Terminato il liceo classico ho studiato Comunicazione Linguistica e multimediale all’Università di Firenze e successivamente, dopo l’Erasmus in Spagna, mi sono specializzata all’Università di Urbino in Editoria, Media e Giornalismo. Allora ho iniziato a collaborare con un giornale locale a Ferrara, con Ella Studio (ufficio stampa e di comunicazione di Parma specializzato nel settore dei viaggi) con il quale tutt’ora collaboro e, nel frattempo, ho cominciato a mettere radici in Molise e scrivere per alcuni giornali locali come “La voce del Molise” e “Primo Piano Molise”. Con quest’ultimo ho collaborato fino a dicembre dello scorso anno.

Parliamo del reportage. Come ti sei ritrovata in una cosa così grande?
Sì, un progetto che mi ha entusiasmato molto! La mia cara amica giornalista Monica Pelliccia con cui ho studiato all’università, in occasione di un viaggio in Molise a Capodanno 2016, mi ha proposto di lavorare ad un progetto giornalistico insieme e di candidarlo ai Journalism Grants. Insieme alla fotografa Daniela Frechero ci abbiamo ragionato su e abbiamo sviluppato il tema del declino delle api, con un focus insolito: quello della relazione con l’alimentazione e la sicurezza alimentare.

img-20160730-wa0016Perché proprio le api?
Quello del declino delle api è sicuramente un argomento molto sentito e se ne parla già da un po’. Tuttavia noi abbiamo voluto dargli una chiave di lettura differente concentrandoci sugli aspetti relativi alla nutrizione e alle ripercussioni sulla salute. Molti non mettono in relazione quanto gli impollinatori siano fondamentali per la produzione di cibo e per la produzione di alcuni micronutrienti che in certe parti del mondo, dove c’è un’agricoltura di sussistenza, sono a dir poco fondamentali.

Ma non è solo l’alimentazione dei Paesi in via di sviluppo a rischiare…
No, infatti. Senza le api la nostra dieta si ridurrebbe davvero a pochi elementi come pasta, cereali e poco altro più. Molti dei disagi, poi, sono causati dall’agricoltura industriale per la quale si fa un massiccio uso di pesticidi.

Si tratta di una conseguenza che la maggior parte di noi ignora. Parlando degli aspetti tecnici dell’inchiesta, quanto è durata la fase preliminare di ricerca?
Ovviamente le ricerche non finiscono mai. Si inizia su Google per reperire informazioni basilari e non si termina più. Ancora oggi continuiamo a documentarci per restare aggiornate. Ad ogni modo, la parte preliminare di studio è durata circa due mesi, un bimestre in cui tutte e tre (le autrici dell’inchiesta, ndR) abbiamo lavorato duramente per focalizzare la tematica. Poi si approfondisce e si continua…

Dunque c’è stata una ricerca preliminare, sono cominciati i viaggi quindi post-produzione e narrazione di tutto l’insieme di storie che poi rivelano al lettore i risultati della ricerca. Tu in che misura hai partecipato?
Io mi sono occupata con Monica Pelliccia delle storie italiane. Sempre Monica, project leader, insieme a Daniela Frechero ha visitato l’India; un viaggio di circa un mese in cui è stato raccolto molto materiale.

img-20160730-wa0019Siete riuscite a collaborare a distanza?
Certamente. Il contatto è stato continuo; grazie a Skype eravamo in collegamento: io mi tenevo aggiornata sugli sviluppi e continuavo a fare tutto il lavoro di desk fondamentale per arricchire l’inchiesta.

Quanto è stato utile internet?
Sicuramente ci ha aiutato moltissimo nella ricerca delle fonti, tuttavia è chiaro che, per un progetto del genere, la presenza sul campo è fondamentale. Anche in Italia abbiamo viaggiato per più di venti giorni.

Dunque per un anno sei stata corrispondente locale, giornalista d’inchiesta. Come si fa a far tutto?
Oddio… non è stato facile ma l’intera esperienza è stata davvero stimolante. Ho imparato a lavorare con intensità dove però sparisce l’immediatezza. È un qualcosa che manca quando ci si occupa di cronaca locale, anche se noi giornalisti siamo abituati a stare sempre sul pezzo.

La vostra è stata un’inchiesta multimediale. Oltre agli articoli e ai video avete scritto i testi per un fumetto (illustrato da Andra Lucio, ndR) che ha raccontato le storie delle persone intervistate e avete anche un video animato. La domanda è: secondo te la multimedialità è un must?
Sì! È il presente e sarà il futuro. Oggi assistiamo ad una convergenza di tutti i mezzi di comunicazione, di tutte le forme visive e scritte. Ciò da un lato è bellissimo perché è più creativo ma dall’altro implica che il giornalista sia un professionista con un bagaglio sempre più grande di competenze, che sia sempre più multitasking e che non smetta mai di aggiornarsi.

Benissimo. Allora tu cosa diresti a tutti quei colleghi che rifiutano il declino della carta stampata?
Dunque, che la carta stampata sia in declino è ormai un dato di fatto. È triste ammetterlo o rinunciare alla concretezza del testo scritto ma sicuramente siamo in un mondo digitale ed è inutile invertire questo processo.

ade-e-monica-reporter-apicoltriciD’altra parte, tagliando fuori la multimedialità vanno perse grosse fette di materiale. Penso, per esempio al ronzio delle api che si può sentire in una delle clip della vostra inchiesta…
Assolutamente! Questi sono scenari che possono essere raccontati ma partecipare a quella scena è diverso. Forse oggi abbiamo sviluppato un altro tipo di immaginazione, però il fatto di poter riportare davvero il ronzio delle api dà il valore in più… Dovremmo davvero imparare di più ad essere multimediali.

Sui giornali locali è possibile fare inchiesta?
Volendo si potrebbe fare benissimo ma c’è da dire che la cronaca locale è sicuramente più impattante; inoltre l’inchiesta presuppone un budget più elevato e più tempo a disposizione. Credo che però un tentativo vada fatto: investire su questa tipologia di giornalismo, sulle risorse umane e sperimentare di più.

Ultima domanda: quali i progetti per il futuro?
Beh, continueremo sicuramente con la promozione dell’inchiesta (pubblicata già su giornali nazionali e internazionali come Repubblica Le Inchieste, EFE Verde, The Hindu, New Internationalist). Il 1° febbraio presenterò il reportage a Vasto nell’ambito del congresso dell’apicoltura AAPI, invece a fine febbraio io e Monica Pelliccia saremo tra le protagoniste del Festival del Giornalismo Alimentare di Torino e poi abbiamo tantissime idee per nuovi lavori giornalistici. Da poco sono diventata una libera professionista (lavoro come giornalista freelance, ufficio stampa e mi occupo di comunicazione web e social media), perciò sono pronta a cimentarmi in questa nuova carriera. Ad ogni modo, consiglio a tutti di seguire l’hashtag #Hunger4Bees; ci saranno interessanti novità.

Può il paywall salvare l’editoria locale?

Ancora brutte notizie per il mondo dell’informazione: stando ad un rapporto di Coop negli ultimi anni c’è stata una vera e propria fuga dai giornali a pagamento in favore delle versioni gratuite online delle stesse testate.

20 miliardi annui. Secondo le stime di Coop è questa la cifra che le famiglie italiane riuscirebbero a risparmiare dalla fruizione gratuita di contenuti quali musica, film in streaming on demand e news. Ma chi ci rimette?

Non è una novità (visto il numero di chiusure e cessate pubblicazioni) tuttavia appare chiaro che a pagarne lo scotto maggiore sono i giornali. Dal 2014 al 2016 i giornali italiani hanno perso una media di 150 mila copie giornaliere; percentuale questa che ovviamente si riflette sul mercato del lavoro e di conseguenza sul servizio reso al pubblico.

Per tutti questi motivi, editori, giornalisti, economisti eccetera si stanno interrogando cercando di trovare la risposta alla domanda che affligge il mondo dell’informazione: come tornare a monetizzare le news?

Il paywall è una delle risposte: un abbonamento online che consente al lettore, una volta inseriti un login ed una password, di accedere a contenuti extra come reportage, interviste, inchieste e via dicendo. Un esperimento quello del paywall che sembrerebbe fruttare per giornali come Il Corriere della Sera (che sarebbe passato dalle 40 mila copie del 2013 alle 50 mila del 2016) e Il Sole 24 Ore schizzato dai 10 mila ai 70 mila abbonamenti in tre anni.

Ci si chiede dunque: può il paywall salvare l’editoria locale?
In tutta onestà, contrariamente a quanto si direbbe, io credo di sì. Ad una condizione, però: che il servizio reso valga la pena di essere pagato. Lungi da me voler salire in cattedra (solo perché, occupandomi di altro, sarei al coperto) tuttavia credo che, soprattutto nei piccoli giornali, dovremmo sperimentare di più, cimentarci in sfide più grandi di noi e – perché no – cominciare a prendere davvero esempio da chi, con gli abbonamenti, è riuscito a salvarsi dal default. Allora ben vengano i contenuti multimediali, le collaborazioni con gli esperti, i contenuti speciali e perché no anche il public editor (ne tornerò a parlare).

Non sarà immediato ma… nobody said it was easy!

Gli anni passano e tutto cambia… o quasi!

Ricordo nitidamente quel 23 gennaio, 2011.
Ero a Roma nella mia camera e di lì a due giorni avrei sostenuto il primo esame della mia prima sessione invernale. Guardavo dalla finestra il giardino del condominio e ripetevo le nozioni una ad una. Nella stanza a fianco la mia amica e coinquilina studiava Storia del Diritto Privato Romano perciò, di tanto in tanto, la sentivo farfugliare cose in latino.

Eravamo tutti all’inizio. Diciannovenni che da pochi mesi avevano lasciato la casa di famiglia; avevano raggiunto la capitale. Adolescenti con milioni di sogni e di aspettative. Fu durante quel pomeriggio che decisi di aprire il mio blog, uno spazio in cui provare a dire la mia, commentare i fatti di cronaca e – soprattutto – fare esercizio.

Pochi mesi dopo, ho cominciato a scrivere per un quotidiano online, abbandonando questo sito, facendo login solo di tanto in tanto e aggiornandolo.

Oggi di anni ne ho 24, quella mia amica – che allora era una matricola – è prossima alla laurea in giurisprudenza. Io sono ancora uno studente ma ho già mosso i primi passi nel mondo del lavoro e, poche settimane fa, ho deciso di dedicare più attenzione a questo piccolo spazio nel web, che è diventato casa mia.

Nella sezione “News” riporterò e commenterò fatti di cronaca locale, nazionale e internazionale. In “Comunicazione” e “Giornalismo” cercherò di aggiornarvi sulle novità che riguardano questi due settori, intervisterò professionisti e così via. “Storie” raccoglierà racconti brevi, interviste a personaggi incontrati in varie occasioni, piccoli reportage e recensioni. Infine, in “Life” pubblicherò tutte le riflessioni degne di nota, scaturite dalla vita di tutti i giorni (sì! Un vero e proprio blog in stile anni 2000, potete dirlo).

Sono passati 5 anni da quando ho scritto il primo post. Sicuramente sono molte le cose che sono cambiate. La mia barba si è infoltita (poco!), ho fatto esperienza e sono andato avanti negli studi. Tuttavia è certo che, anche se ho una concezione più definita e meno disillusa del mondo, sono ancora un giovane pieno di sogni. Dunque non mi (ci) resta che provare.

Per citare uno dei professionisti (di cui parlerò spesso): “L’unico modo per scrivere è scrivere!

Tanti articoli nessuna riflessione. La crisi del giornalismo siamo noi

Roma, il funerale di Marco Pannella è appena finito e un giornalista sta tornando a casa in bicicletta. L’uomo ha un piccolo contrattempo ed è costretto a chiedere aiuto ai passanti che lo schivano (ed oserei dire lo schifano) liquidandolo con poche frasi.

È questo l’abstract dell’articolo pubblicato da “Gli Stati Generali” a firma di Michele Fusco: un pezzo che mi ha aiutato molto a riflettere su alcuni comportamenti ormai tipici degli esseri umani. Sebbene non condivida tutto ciò che è stato scritto, infatti, non ho potuto evitare di pensare: “Cazzo! È vero. Purtroppo anche io avrei fatto così. Magari non me lo ricordo ma è già capitato…”.

Insomma, grazie a Fusco ho potuto fare due precise considerazioni: la prima sulla cattiveria e la superficialità di certi esseri umani (mi ci metto pure io!); la seconda su uno dei principali ruoli del giornalismo ovvero la guida verso la riflessione.

Come giornalisti  siamo portati a cercare la viralità. Nel mondo dell’editoria digitale gli articoli sono diventati contenuti e questi, troppo spesso, vengono redatti pensando di intercettare like o, meglio ancora, condivisioni (sui social, ndr) che aumentano il potenziale di visibilità del pezzo.

Il problema, perciò, a parer mio, non è il mezzo ma l’utenza. E quando parlo di utenti non mi riferisco ai lettori. Parlo di noi giornalisti, blogger, contenent creator e così via. Noi che abbiamo fatto di internet un luogo per esercitare la professione. Noi che ovviamente vorremmo trarre profitto dalla rete. E allora mi chiedo: non converrebbe lavorare a un qualcosa che sia di qualità anziché solo virale? Perché, vedete, un pubblico di lettori che parla del tuo articolo mentre sta al telefono o in giro con amici è sicuramente più funzionale di un pubblico che si limita a cliccare like o a condividere il post.

Come dicevo prima: informare e far riflettere. Questo è quello che dovremmo fare. I giornali locali, poi, hanno un ruolo ancor più delicato: fare da cerniera tra gli avvenimenti internazionali, nazionali e locali. Spiegare le implicazioni degli accadimenti europei a livello cittadino o provinciale, trovare le connessioni. Al contrario, vedo sempre più articoli che alimentano falsi luoghi comuni, appiccano roventi conversazioni citando stati e post pubblicati su Facebook. Nessuna ricerca, nessun approfondimento, nessuna verifica.

Copia, incolla, pubblica.
E allora dov’è la mediazione, l’informazione, l’approfondimento?
Come i chirurghi tagliano via ciò che danneggia la salute del paziende, noi dovremmo eliminare le bufale, mettere a tacere gli stereotipi, aiutare le persone a pensare, a considerare i fatti con altri punti di vista. Dovremmo formare l’opinione pubblica.

Uso il condizionale perché leggo molti giornali locali (molisani e non!) e mi rendo sempre più conto che sono in pochi a fare questo tipo di lavoro. E allora mi rivolgo a noi, professionisti. Il giornalismo è una vocazione, non un ordine calato da chissà quale divinità. Credo che se non siamo in grado di fare il nostro dovere o se non vogliamo farlo, dovremmo tirarci da parte. Darci all’ippica. Senza se, senza ma e, soprattutto, senza lamentarci degli scarsi introiti pubblicitari, della crisi del giornalismo. Forse siamo noi la crisi del giornalismo. Non malediciamo internet piuttosto noi stessi.

 

Grazie per ciò che fai, Carmine e scusa se non faccio lo stesso

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Fin qualche tempo fa (circa un anno e mezzo) ero un giornalista locale. Riportavo le notizie che riguardavano la mia comunità – o quelle vicine – e lo facevo con passione e amore. Mi piaceva seguiva la rimozione di tronchi pendenti e pericolanti o segnalare disservizi. Amavo tuffarmi in quegli eventi di beneficenza organizzati da scuole e oratori. Mi svegliavo felice quando sapevo di dover intervistare personalità di spicco della zona come imprenditori, politici, medici o anche giovani che si stavano affacciando sul mondo del lavoro.
Insomma per farla breve: ho amato e amo ancora essere un giornalista locale.

Tuttavia, c’è qualche rovescio della medaglia. Ci si trova, per esempio, in gruppi Facebook per la lottare contro ogni cosa; piovono chiamate sul cellulare (o addirittura sul fisso di casa!) a qualsiasi ora. C’è gente, poco educata, capace di strapparti da una cena con gli amici per parlarti, il sabato sera, del suo problema con il lampione rotto, la buca davanti casa o altro.

Non esiste alcun limite a ciò che possano fare i tuoi concittadini per risolvere un problema che sentono vicino. E, ovviamente, non esiste decenza quando a qualcuno dà fastidio ciò che hai scritto. In quel caso, poco importa che ci si conosca da una vita, arrivano insulti sulla pagina del giornale, sul proprio profilo, “cazziatoni” via chat o telefonici. Il più delle volte per titoli forzati che non rispecchiano completamente il contenuto dell’articolo. (Gente, funziona così! Prima ve lo metterete in testa e prima comincerete a leggere il pezzo interamente, evitando di diffondere informazioni non veritiere).

Ad ogni modo, si tratta di tutte cazzate. Intendo: l’essere braccato da un cittadino che si lamenta di una notizia è solo noioso. Ti scoccia ma non mette in pericolo la tua vita o quella dei tuoi cari. Tuttavia, ci sono zone in cui capita anche questo.

11108848_459600747523750_1238111666111530916_nÈ la storia di Carmine Benincasa, un cronista poco più che ventenne (un coetaneo) che è stato minacciato (una volta nel 2014 ed un’altra volta pochi giorni fa).

“Così impari a fare il giornalista” hanno detto a Carmine, fuori dall’ufficio postale di Cava de’ Tirreni. Dopo, spintoni e schiaffi. Ancora più violenta l’aggressione precedente, nel 2014, quando il cronista veniva minacciato con frasi come “Ti uccido” e “Ti butto giù da un burrone”.

Ho letto un paio di sere fa la notizia e sono rimasto veramente turbato. Mi è tornato alla mente quando evitavo certi punti del corso principale del mio paese per schivare persone che certamente mi avrebbero “bloccato” con l’obiettivo di commentare una notizia o farmi una predica. Roba da niente ma dava fastidio lo stesso. Ho immaginato perciò cosa possa provare Carmine che si è visto duplicemente minacciato. Mi sono chiesto: ma se avessero attentato, in qualche modo, alla mia sicurezza io ce l’avrei fatta a continuare? Non lo so!

Tutti diciamo che Carmine è un grande. Che Giovanni Tizian è un esempio e che Federica Angeli ci insegna a lottare contro l’illegalità ma quanti di noi rinuncerebbero ad una passeggiata “sicura” per fare pubblico servizio?
Se fossi stato minacciato, io avrei continuato a scrivere? Mi dico di si ma non posso esserne sicuro. Non è vigliaccheria o viltà. È che sono un essere umano e, in quanto tale, non posso prevedere le mie reazioni finché non mi trovo in una determinata situazione.

Ho pensato anche alla famiglia e agli amici di Carmine. Ho immaginato mia nonna, ansiosa cronica, con il telefono in mano che chiama mia madre per chiederle se sono rientrato, se ci sono stati problemi. Mia madre, magari, avrebbe avuto sempre il cellulare in mano quando oggi può permettersi di abbandonarlo nei meandri della sua borsa.

Ho fantasticato su tutto questo – per così dire – perché Carmine non è solo il protagonista di un fatto di cronaca. Lui è un ragazzo di ventitré anni. Ha una vita, degli amici ed è incredibile che il suo lavoro, la sua passione per la verità lo mettano in pericolo. È disdicevole che lui possa non sentirsi tranquillo, quando scende in strada per buttare l’immondizia o che si guardi intorno quando, di ritorno da una serata con la ragazza (non so se ne abbia una, ndr) perché sente che qualcuno sta camminando dietro di lui.

Ho pubblicato l’articolo che parlava della sua aggressione e lui mi ha ringraziato per la “vicinanza”. All’inizio, mi ha fatto piacere poi, però, mi è tornato l’amaro in bocca. Alla fine non ho fatto niente per migliorare la sua condizione e la cosa peggiore è che non saprei cosa fare per aiutarlo.

Grazie Carmine per ciò che fai. Grazie a tutti voi altri, colleghi più coraggiosi di me.
Scusatemi se non sono d’aiuto.

 

Comunicazione aziendale e marchette, quella situazione borderline che ci disorienta

Una delle prime lezioni che ho appreso lavorando al giornale è stata: «La pubblicità si paga. Ricordalo perché  molti cercheranno di spacciarti un contenuto promozionale come una notizia. Vorranno fartela pubblicare e vorranno farlo anche gratis. Ricordatelo perché  ti vedranno giovane e proveranno a fotterti».

Niente di più vero! Scrivevo in un piccolo paese dove presto si venne a sapere che Giovanni (il figlio del meccanico) scrivesse e successivamente iniziarono le chiamate per “un aperitivo” occasione per «fare due chiacchiere e parlarti di una cosa che potrebbe interessarti per il giornale». In altre parole: ti offro un caffè, ti parlo del mio evento (generalmente si trattava di questo) e cerco di spingerti a scrivere un qualcosa che sia una pubblicità vestita da articolo. Mi è  capitato più volte poiché, nonostante le continue strigliate, continuavo a caderci e così scrivevo e poi mi vedevo bocciato il pezzo perché non era una news.

Vista così, dall’esterno, la faccenda appare anche abbastanza semplice: pubblicità uguale promozione di un progetto o di un’attività ovvero un contenuto a pagamento. Tuttavia, non è  sempre così elementare, soprattutto al giorno d’oggi, quando  i quotidiani cercano di accaparrare inserzionisti ovunque. Perché, per esempio, ora come ora, è di norma chiedere un contributo anche ad un’associazione senza scopo di lucro che chiede che venga pubblicato un trafiletto che promuove la sagra di quartiere. Insomma: certo si tratta di promozione di un evento conviviale ma è  corretto far pagare dei volontari che vogliono solo fare intrattenimento per il paese?
Se dovessimo seguire questa logica, allora, metà delle articoli di agosto dovrebbero essere pubblicate come pubbliredazionali (articoli promozionali a pagamento, ndr) e di notizie resterebbe ben poco. Dunque: la pubblicità in teoria è una di quelle nozioni per poppanti ma in pratica promozione e pubblicità sono borderline. Più  spesso di quanto si creda, tra l’altro.

Non finisce qui. Si, perché  le cose si complicano quando gli attori coinvolti diventano le aziende. In quel caso, è  veramente raro (se non impossibile) vedere una nota stampa di un’impresa pubblicata su un quotidiano locale. E, devo ammetterlo, finché  sono stato un corrispondente  locale anche io (con molta miopia) tendevo a scartare qualsiasi comunicato provenisse da snc, srl, spa e così via. Erano pubblicità, marchette perciò  niente da fare: o paghi o nada…
Ma, siccome niente dura per sempre, ad un certo punto, mi sono trovato dall’altra parte della palizzata e ho cominciato a scrivere per associazioni, prima, e aziende dopo.

Gli ex colleghi mi liquidavano come io facevo con quegli imprenditori che mi telefonavano: “è pubblicità. O paghi o…”
Tuttavia, mi rendevo conto che alcuni comunicati contenessero la notizia e non mi sembrava normale che venissero scartati così, ho iniziato a cercare e studiare. Ho letto cose interessanti come il manuale edito dal Centro di documentazione giornalistica “Uffici Stampa” dove Vieri Poggiali mi ha fornito una ricca case history di aziende e comunicati aziendali.
Riflettendo, perciò, quello che è venuto fuori è  che, se avessi preso nota di tutti i rifiuti che ho dato, ora dovrei fare ammenda e chiedere scusa a tantissime persone. Assecondando la logica del c’è  crisi e il giornale ha bisogno di soldi ho cestinato molti comunicati che erano a tutti gli effetti delle notizie. Infatti, chiunque spedisca un comunicato stampa ovviamente cerca un palcoscenico tuttavia, non è  necessariamente detto che il contenuto di quella nota possa essere definito pubblicità. Se il signor X volesse commentare una decisione del ministero dell’economia, al Corriere della sera non si sognerebbero mai di liquidare il suo addetto stampa con “è  pubblicità” per cui non vedo per quale ragione il discorso dovrebbe variare a livello locale. Lanciare un nuovo prodotto ed invitare la stampa a provarlo non è reato. Lo è chiedere di scrivere una menzogna sul prodotto ma questa è  tutta un’altra storia…
Dunque non potevo non chiedermi: da quando i giornali sono così affamati da dover peccare di gola? La giusta via di mezzo sicuramente esiste ma gli editori sanno applicarla?
Se un’azienda investisse in un giornale (come spesso chiedono i commerciali di quelle stesse pubblicazioni) la redazione non diventerebbe automaticamente una sorta di ufficio stampa esternalizzato? Non si espone il giornalista al rischio di violare le norme deontologiche sul conflitto di interesse?

Ops: sono diventato la mia nemesi!

Una delle prime parole che mi è stata insegnata, quando ho cominciato a scrivere per i giornali locali fu: marchetta (altrimenti nota con un vocabolo meno elegante, ndr).
La marchetta, dalle mie parti, non è altro che un publiredazionale ovvero un articolo che le aziende pagano per pubblicizzare la compagnia o il prodotto. Insomma una pubblicità travestita da articolo. Un contenuto “negoziato” che, perciò presto, mi hanno insegnato a guardare male (nonostante sia una delle vertebre della spina dorsale dell’editoria). E, devo ammetterlo,è passato un po’ prima che sfatassi questi falsi miti e mi facessi una mia opinione. Infatti, tra le mille e UTILISSIME cose che mi sono state insegnate, mi è stato inculcato anche un falso mito, una leggenda metropolitana che più o meno recitava così: “Aziende, no! Aziende, cattive!” Si, come se si trattasse di un comando da insegnare a Fido.
Si tratta di un concetto che, in base alla mia esperienza, non conosce confini regionali. Ho collaborato con più giornali e ogni qual volta ci si trovasse a fronteggiare una nota che partiva da un ufficio stampa aziendale, automaticamente questi veniva cestinato.

Così, ad un certo punto, ho sviluppato un odio per le marchette, le note aziendali (anche se non fossero marchette) e, addirittura, per i portavoce, gli addetti stampa e gli uffici comunicazione. Ho rifiutato in blocco il comparto e mi sono creato una barriera mentale, una sorta di immagine nella quale io (cronista) mi trovavo sulla sponda sud di un fiume immenso e i comunicatori sull’altra, opposta. Come se lavorassimo per due fazioni avversarie. I Guelfi e Ghibellini.

Così un giorno decisi che avrei sfidato la sorte: parlai con un mio amico che fa nientepopodimeno che l’addetto stampa. Gli chiesi come fosse il lavoro, come ci si sentisse e lui mi spiegò: «Oddio non è proprio come fare il cronista. È un concetto molto personale, dipende dai gusti ma a me piace. È un altro tipo di comunicazione ma non per questo meno affascinante».

Finita quella serata, perciò, iniziai a leggere e studiare. Approfondì sulle case histories di alcune aziende e si svegliò in me un certo prurito. Capì che era venuto il momento di cimentarmi in questa nuova esperienza. Lasciato l’Eco così ho cominciato a cercare un lavoro nel settore e, qualche mese, dopo inaspettatamente ne ho trovato uno.

Da quel momento in poi, ho notato tante piccolezze sui miei colleghi, tante stranezze che per me prima erano ovvie, naturali come l’odio per la comunicazione aziendale. Soprattutto, dal giorno in cui mi sono trasformato nel mio peggior nemico, ho iniziato a guardare siti di aziende (impiegate negli più svariati settori), ho cominciato a guardare le pubblicità. Ho perfino smesso di cliccare su salta questo video, quando vado su YouTube. E sapete che è successo? Che così facendo non mi sono reso conto di quello che stessi facendo. Mi sono innamorato del mio lavoro. Mi sono innamorato del cercare nuove soluzioni per attrarre clientela, mi sono innamorato del fatto che è compito mio analizzare la percezione che i media e il pubblico hanno dell’azienda che rappresento. Mi sono trasformato in un comunicatore-marketer senza nemmeno accorgermene. E sapete qual è la cosa migliore? Che l’ho realizzato l’altro giorno quando mi è stato chiesto di spiegare il lavoro che stessi facendo.

Improvvisamente mi sono sentito davvero fortunato e ho capito che, cacchio, facevo il lavoro che volevo fare, anche se non lo sapevo.
Ora non mi resta che scoprire tutti gli altri altarini, come il falso mito della marchetta ma per quello c’è ancora tempo. Siamo solo agli inizi!

A presto…