Perché la Lorenzin non ha chiesto la testa dei creativi…

Per mestiere scrivo. Sono un giornalista e attualmente mi occupo di comunicazione aziendale. Di fatto, quindi, sono quello che molti definirebbero un creativo. Tuttavia, quando mi metto a pensare su determinati argomenti o questioni non mi spaventa tirar fuori un certo pragmatismo.

Ho riflettuto, per esempio, sulla faccenda #FertilityDay e sulle dichiarazioni della Ministra Beatrice Lorenzin che, ospite di ‘Otto e Mezzo’, avrebbe chiesto ai creativi di “prestare la testa” per l’ideazione di una nuova campagna “a titolo gratuito perché ci sono dei bilanci da far quadrare”.

Così ho attivato quel pragmatismo citato sopra. Ho pensato a quale sarebbe stata la reazione di mio padre, meccanico, se un assessore regionale gli avesse chiesto di riparare i decespugliatori e le motoseghe dell’ente gratis.
Me lo sono visto trattenere gli insulti e congedare l’assessore con educazione (forse nemmeno troppa) spiegandogli che i conti da pagare si saldano con il denaro, quello stesso denaro che viene dato in cambio di beni o servizi. Perché sì, a parte concorrere come imprenditore gentile dell’anno, papà avrebbe avuto pure le bollette. E non credo che avrebbe avuto sconti per aver fatto il volontario.

Oggi pomeriggio, quindi, mi è tornata in mente la campagna di #CoglioneNo (riuscitissima questa, cara Ministra!) con la quale un team di creativi lottava per l’equiparazione dei lavori creativi a quelli di manovalanza: non si paga l’antennista in visibilità!

E allora ho capito!
(Avviso: sto per diventare volgare).
Cara Ministra, lei non ha chiesto ai creativi di “dare la testa” a favore della causa. NO! Lei ha chiesto ai professionisti italiani (nella maggior parte dei casi freelance che lottano contro la bancarotta perché, deve saperlo, in Italia le Partite IVA sono supertassate) di darle il culo!
Perché pagare in visibilità è sfruttamento e, non sono un giurista, credo sia un tantino illegale.
Lo ammetto: sono stato volgare ma almeno io non rappresento un Ministero.

 

Gli anni passano e tutto cambia… o quasi!

Ricordo nitidamente quel 23 gennaio, 2011.
Ero a Roma nella mia camera e di lì a due giorni avrei sostenuto il primo esame della mia prima sessione invernale. Guardavo dalla finestra il giardino del condominio e ripetevo le nozioni una ad una. Nella stanza a fianco la mia amica e coinquilina studiava Storia del Diritto Privato Romano perciò, di tanto in tanto, la sentivo farfugliare cose in latino.

Eravamo tutti all’inizio. Diciannovenni che da pochi mesi avevano lasciato la casa di famiglia; avevano raggiunto la capitale. Adolescenti con milioni di sogni e di aspettative. Fu durante quel pomeriggio che decisi di aprire il mio blog, uno spazio in cui provare a dire la mia, commentare i fatti di cronaca e – soprattutto – fare esercizio.

Pochi mesi dopo, ho cominciato a scrivere per un quotidiano online, abbandonando questo sito, facendo login solo di tanto in tanto e aggiornandolo.

Oggi di anni ne ho 24, quella mia amica – che allora era una matricola – è prossima alla laurea in giurisprudenza. Io sono ancora uno studente ma ho già mosso i primi passi nel mondo del lavoro e, poche settimane fa, ho deciso di dedicare più attenzione a questo piccolo spazio nel web, che è diventato casa mia.

Nella sezione “News” riporterò e commenterò fatti di cronaca locale, nazionale e internazionale. In “Comunicazione” e “Giornalismo” cercherò di aggiornarvi sulle novità che riguardano questi due settori, intervisterò professionisti e così via. “Storie” raccoglierà racconti brevi, interviste a personaggi incontrati in varie occasioni, piccoli reportage e recensioni. Infine, in “Life” pubblicherò tutte le riflessioni degne di nota, scaturite dalla vita di tutti i giorni (sì! Un vero e proprio blog in stile anni 2000, potete dirlo).

Sono passati 5 anni da quando ho scritto il primo post. Sicuramente sono molte le cose che sono cambiate. La mia barba si è infoltita (poco!), ho fatto esperienza e sono andato avanti negli studi. Tuttavia è certo che, anche se ho una concezione più definita e meno disillusa del mondo, sono ancora un giovane pieno di sogni. Dunque non mi (ci) resta che provare.

Per citare uno dei professionisti (di cui parlerò spesso): “L’unico modo per scrivere è scrivere!

SI o NO? Non importa ma votiamo

Votare o non votare?
Crocettare il “SI” o il “NO”?

Sono questi due gli interrogativi che gli italiani si stanno ponendo da qualche settimana. Ho pensato perciò di fare una sintesi estrema di ciò che penso su questo referendum. Cercherò quindi di essere estremamente breve.

Che faccio? Vado a votare?
E me lo chiedi pure? Certo che devi andare. Avrai pure un’opinione sulla faccenda e siamo stati interpellati (si, lo so: non ci siamo abituati!) perciò sei stato chiamato pure tu a dire la tua. Non hai un’idea chiara? Vai su Google e cerca! Lì c’è tutto.

Si o no?
Per me è un SI! Anzi: non esistono altre risposte corrette e ti dirò in poche battute perché. Ho “studiato” la faccenda e ho letto che sono davvero molteplici le ragioni per votare SI tuttavia i dati che mi sono rimassi maggiormente impressi sono questi.

  • Le piattaforme messe a rischio dal Referendum sono solo quelle a 12 miglia dalla costa, stabilimenti che producono solo il 3% del fabbisogno del gas e l’1% del fabbisogno di petrolio (fonte Internazionale);
  • NON SI VOTA A FAVORE O CONTRO LE ENERGIE RINNOVABILI! Come scritto in precedenza il referendum permette ai cittadini di scegliere se le concessioni per l’estrazione debbano avere una scadenza o se debbano rinnovarsi automaticamente fino all’esaurimento dei pozzi petroliferi coinvolti.
    Tuttavia, un’eventuale vittoria del SI darebbe un segnale al governo: il popolo chiederebbe di incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili (fonte Valigia Blu).
  • I cittadini perderanno preziosi posti di lavoro. Non è assolutamente vero. La vittoria del SI non causerebbe l’immediata e repentina chiusura delle piattaforme bensì si tratterebbe di un procedimento che avrebbe inizio solo alla scadenza delle concessioni. Da quel momento in poi, inoltre, si potrebbe creare altra occupazione: personale impiegato nello smontaggio e nella dismessa delle piattaforme (come sottolinea Marina Forti di Internazionale).

Detto questo, non ti tedierò ancora. Ti chiedo solo di considerare questo ultimo fattore: questo referendum sta avendo un costo sulle nostre casse. Sta già gravando sui conti italiani. Ti va di contribuire a questo spreco?
Vota SI oppure NO ma vota!

Hai tempo fino alle 23 perciò infilati un jeans (o una tuta sopra il pigiama) e partecipa a questo “dibattito“. Dì la tua, VOTA!

Migranti. Se la tua città fosse in fumo tu non scapperesti?

Ognuno di noi chiama casa quel posto in cui nasce e cresce. Casa sono quelle quattro mura che ci ospitano insieme ai nostri cari, i nostri genitori, la famiglia. È quello spazio che ci fa scaldare il cuore, che custodisce ricordi e che ne fa tornare alla mente altri.
Quando pariamo di paese natio (o di città) il discorso è analogo. Camminando per le strade di Agnone (dove sono nato, cresciuto e vivo ancora, ndR) posso indicare l’angolo in cui sono caduto con la bicicletta catapultandomi in una fontana. C’è la strada che ci vedeva scorrazzare da bambini, il parco in cui abbiamo passato le estati progettando il nostro futuro. Tutto questo mi appartiene ed io appartengo a tutto questo. Voi altri che leggete il post amerete Pescara, Roma, New York, Londra, Napoli o Caltanissetta.

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Cosa accadrebbe, però, se un giorno una guerra iniziasse a distruggere tutto quello a cui tieni? Come ci sentiremmo se quel parco, in cui abbiamo dato il primo bacio, diventasse cenere, quella scuola un cumulo di macerie, quell’ufficio venisse bombardato? Proveremmo a resistere, è chiaro, ma ad un certo punto la fuga diventerebbe necessaria, obbligatoria. Credo che dopo mesi e mesi di fragori notturni,

SYRIA-CONFLICTesplosioni, sparatorie, gente morta in strada, amici menomati e parenti scomparsi, anche noi penseremo di andare altrove. Cercheremo una seconda opportunità.
Ma dove andremmo?
Beh, se un terremoto distruggesse Agnone, credo che proverei a trasferirmi in un paese vicino, a pochi chilometri di distanza. Ma se, invece, a radere al suolo casa mia fosse una guerra?
In tutta onestà, penso che io cercherei fortuna in un’altra nazione. E lo farei a tutti i costi.

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Mi imbarcherei illegalmente su un gommone diretto verso un paese straniero. Cercherei -fortuna in un continente del quale ignoro la cultura, le tradizioni, la lingua e le leggi. Cercherei di oltrepassare quel filo spinato che separa l’incubo dalla libertà, dalla speranza e aiuterei chi, con me, fa lo stesso.

È sabato sera e mi è capitato di leggere un articolo del Time sulle foto premiate al “World Press Photo of the Year“. Le ho osservate, ho letto le didascalie e mi si è stretto il cuore. Mi sono venuti i brividi proprio mentre, in tv, Salvini a “C’è posta per te” faceva le solite battutine. Ho provato rabbia e disgusto e così ho deciso di fare un in tentativo. Leggere l’intero pezzo, credetemi, è un investimento tuttavia, se non avete abbastanza tempo o non avete voglia di farlo vi chiedo di dedicare 5 minuti alla gallery intitolata “HERE ARE THE BEST NEWS PHOTOS OF THE YEAR”. Vi prego di concentrarvi almeno sugli scatti dedicati alla Siria.
Perché vi invito a fare questo?
Semplice: sono certo che solo così riuscirete a capire che quei migranti non sono una minaccia e che è un loro diritto sperare nel meglio e cercare un futuro migliore, una vita tranquilla.
Se non riuscite a trovare un briciolo di compassione in quegli scatti, beh allora mi arrendo. In tal caso, però, ricordate: a vincere non è stata la vostra teoria bensì la vostra mancanza di umanità e, credetemi, non c’è motivo per festeggiare.

Grazie per ciò che fai, Carmine e scusa se non faccio lo stesso

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Fin qualche tempo fa (circa un anno e mezzo) ero un giornalista locale. Riportavo le notizie che riguardavano la mia comunità – o quelle vicine – e lo facevo con passione e amore. Mi piaceva seguiva la rimozione di tronchi pendenti e pericolanti o segnalare disservizi. Amavo tuffarmi in quegli eventi di beneficenza organizzati da scuole e oratori. Mi svegliavo felice quando sapevo di dover intervistare personalità di spicco della zona come imprenditori, politici, medici o anche giovani che si stavano affacciando sul mondo del lavoro.
Insomma per farla breve: ho amato e amo ancora essere un giornalista locale.

Tuttavia, c’è qualche rovescio della medaglia. Ci si trova, per esempio, in gruppi Facebook per la lottare contro ogni cosa; piovono chiamate sul cellulare (o addirittura sul fisso di casa!) a qualsiasi ora. C’è gente, poco educata, capace di strapparti da una cena con gli amici per parlarti, il sabato sera, del suo problema con il lampione rotto, la buca davanti casa o altro.

Non esiste alcun limite a ciò che possano fare i tuoi concittadini per risolvere un problema che sentono vicino. E, ovviamente, non esiste decenza quando a qualcuno dà fastidio ciò che hai scritto. In quel caso, poco importa che ci si conosca da una vita, arrivano insulti sulla pagina del giornale, sul proprio profilo, “cazziatoni” via chat o telefonici. Il più delle volte per titoli forzati che non rispecchiano completamente il contenuto dell’articolo. (Gente, funziona così! Prima ve lo metterete in testa e prima comincerete a leggere il pezzo interamente, evitando di diffondere informazioni non veritiere).

Ad ogni modo, si tratta di tutte cazzate. Intendo: l’essere braccato da un cittadino che si lamenta di una notizia è solo noioso. Ti scoccia ma non mette in pericolo la tua vita o quella dei tuoi cari. Tuttavia, ci sono zone in cui capita anche questo.

11108848_459600747523750_1238111666111530916_nÈ la storia di Carmine Benincasa, un cronista poco più che ventenne (un coetaneo) che è stato minacciato (una volta nel 2014 ed un’altra volta pochi giorni fa).

“Così impari a fare il giornalista” hanno detto a Carmine, fuori dall’ufficio postale di Cava de’ Tirreni. Dopo, spintoni e schiaffi. Ancora più violenta l’aggressione precedente, nel 2014, quando il cronista veniva minacciato con frasi come “Ti uccido” e “Ti butto giù da un burrone”.

Ho letto un paio di sere fa la notizia e sono rimasto veramente turbato. Mi è tornato alla mente quando evitavo certi punti del corso principale del mio paese per schivare persone che certamente mi avrebbero “bloccato” con l’obiettivo di commentare una notizia o farmi una predica. Roba da niente ma dava fastidio lo stesso. Ho immaginato perciò cosa possa provare Carmine che si è visto duplicemente minacciato. Mi sono chiesto: ma se avessero attentato, in qualche modo, alla mia sicurezza io ce l’avrei fatta a continuare? Non lo so!

Tutti diciamo che Carmine è un grande. Che Giovanni Tizian è un esempio e che Federica Angeli ci insegna a lottare contro l’illegalità ma quanti di noi rinuncerebbero ad una passeggiata “sicura” per fare pubblico servizio?
Se fossi stato minacciato, io avrei continuato a scrivere? Mi dico di si ma non posso esserne sicuro. Non è vigliaccheria o viltà. È che sono un essere umano e, in quanto tale, non posso prevedere le mie reazioni finché non mi trovo in una determinata situazione.

Ho pensato anche alla famiglia e agli amici di Carmine. Ho immaginato mia nonna, ansiosa cronica, con il telefono in mano che chiama mia madre per chiederle se sono rientrato, se ci sono stati problemi. Mia madre, magari, avrebbe avuto sempre il cellulare in mano quando oggi può permettersi di abbandonarlo nei meandri della sua borsa.

Ho fantasticato su tutto questo – per così dire – perché Carmine non è solo il protagonista di un fatto di cronaca. Lui è un ragazzo di ventitré anni. Ha una vita, degli amici ed è incredibile che il suo lavoro, la sua passione per la verità lo mettano in pericolo. È disdicevole che lui possa non sentirsi tranquillo, quando scende in strada per buttare l’immondizia o che si guardi intorno quando, di ritorno da una serata con la ragazza (non so se ne abbia una, ndr) perché sente che qualcuno sta camminando dietro di lui.

Ho pubblicato l’articolo che parlava della sua aggressione e lui mi ha ringraziato per la “vicinanza”. All’inizio, mi ha fatto piacere poi, però, mi è tornato l’amaro in bocca. Alla fine non ho fatto niente per migliorare la sua condizione e la cosa peggiore è che non saprei cosa fare per aiutarlo.

Grazie Carmine per ciò che fai. Grazie a tutti voi altri, colleghi più coraggiosi di me.
Scusatemi se non sono d’aiuto.

 

Agnone, il digital divide colpisce ancora

Internet, che invenzione.
Internet-IPv6L’idea che due persone possano comunicare a chilometri di distanza (anche centinaia di migliaia di chilometri) è qualcosa di incredibile. Fine qualche decennio fa era impossibile. Oggi, invece, è una realtà.

Per farla semplice funziona più o meno così: tu hai un computer che “telefona” ad un altro computer che ti mette in contatto con altri computer sparsi per il mondo e così navighi su numerose pagine. Le cose che puoi fare con internet sono illimitate: puoi leggere giornali, guardare video e foto, inviarne, fare delle telefonate online o delle videoconferenze. Puoi scambiare file. Si, non è solo un passatempo. Internet non è solo Facebook e Instagram. Puoi addirittura lavorarci.

Ricordate quando da piccini guardavate quei film americani e si vedevano quei manager (in genere responsabili marketing) che, ad un certo punto, dicevano: «domani ho la teleconferenza con Singapore»?. Il film proseguiva e vedevi quelle sale riunioni con le sedie in pelle e ‘sto tizio in piedi che parlava ad una tv. Sullo schermo un gruppo di asiatici che stava a sentire l’americano parlare. Insomma lavorava da New York e raggiungeva i colleghi orientali. Negli anni 90 era una trovata pazzesca e solo le multinazionali potevano permettersi tale tecnologia. Oggi, grazie alla rete e molti software gratuiti, possiamo farlo tutti, anche a casa. Insomma, è ovvio, naturale. O dovrebbe esserlo…

Agnone, 2016.
Due giovani decidono di aprire un attività nel cuore del paese, nel centro storico. Rimettono a nuovo un locale (altrimenti abbandonato). Avviano un’attività commerciale, aprono una partita Iva. Insomma: fanno tutto secondo le regole. Investono nel territorio, fornendo un servizio di qualità, un servizio che oggigiorno (ripeto nel 2016) potrebbero offrire anche ad altri professionisti, residenti altrove. Come? Beh basta un collegamento ad internet e il gioco è fatto. Un paio di clic e Matteo, che vive a Monza, può scrivere a Danilo e Salvatore (i nostri giovani imprenditori agnonesi, ndr) e chiedergli un un video o delle foto per la sua azienda che produce scarpe Made in Italy. Cosa succedesse però se i due ragazzi non avessero una connessione? Bé, avrebbero perso il cliente.
Direte che oggi è impossibile non avere internet. Bene, sarà impossibile ma è vero. Danilo e Salvatore non possono allacciarsi alla rete perché (in poche parole) al momento Tim non ha altre utenze disponibili.

Direte: e che me ne frega?
Niente di più sbagliato. Non è che Tim voglia fare la “stronza” e abbia deciso di tagliare fuori Danilo e Salvatore. Non è un personalismo è solo un disservizio (un grandissimo disservizio) che oggi ha colpito le Iridi Digitali (questo il nome dello studio dei nostri due amici, ndr) e che domani potrebbe penalizzare il commercialista Tizio, il dottore Caio o, che so, l’azienda produttrice di Sempronio.

Si fa tanto per riportare i giovani in paese dalla città e poi non c’è nemmeno la possibilità di avere internet? Assurdo, impossibile, inconcepibile.

E pensare che Fazio parla pure di potentissime connessioni nell’ultimo spot figo dell’azienda di telefonia.


Certo, puoi connetterti, SE Tim ha utenze. Altrimenti ti attacchi… al wifi del vicino.

Per il momento mi limito a chiudere questo post con ironia ma, credetemi, è avvilente. Possiamo fare qualcosa per perorare la causa? Siccome non lo so, vi dico: chiedete a Salvatore e Danilo. Fate un salto in Piazza Plebiscito n. 10. Tra un fantastico scatto di Danilo e l’altro, sono sicuro che qualcosa verrà fuori.

Perché, ricordiamolo TUTTI, questa è una piccola battaglia di una comunità che grazie ad Internet potrebbe avviare un piccolo indotto, riportare in città qualche giovane e, addirittura, tornare a crescere.

Termini, il treno “abbandonato” e la metafora della regione dimenticata

Roma, stazione Termini. Sono quasi le 8 e un regionale si avvicina lentamente al binario 20 bis. Passa qualche attimo e i passeggeri, già pronti per abbandonare il convoglio, vedono che le porte non si aprono. “Che succede?” chiede qualcuno.
“Sarà un guasto” ipotizza una donna.
“E ti pareva! Una volta che arrivi in orario si sfascia il treno” aggiunge Mauro, 23 anni, studente universitario. Il vociare cresce e i molisani cominciano ad agitarsi. Mauro, scocciato, ritorna al suo posto, estrae il telefono e chiama Francesco, il suo coinquilino. “Francè, vedi che so arrivato”.
“Io a casa sto” risponde Francesco.
“Eh, solo che non ci fanno uscire”
“Da dove?” chiede Francesco.
“Dal treno” ribatte l’altro.
“Ma che cazz… Oh ja, non dì cazzate. Come non vi fanno scende?”
“Ma che ne so! Non si aprono le porte. Si sarà rotto qualcosa… Già mi girano. Ci mancava stu tren che va a carvunella continuana Mauro. “Ti scrivo quando sto in metro così butti la pasta, che c’ho fame”.
“Vabbò” conclude Francesco. Chiude la conversazione, si rimette le cuffie e continua con lo streaming.

A casa, ad Agnone, la mamma di Mauro, ansiosa, aspetta che il figlio la chiami per dirle come di consueto che è  arrivato a casa, che mangerà e andrà a dormire. Il telefono non squilla però e Anna decide di fare qualche pulizia dell’ultimo minuto, per ingannare l’attesa.

I minuti passano. Dopo un po’ le porte del treno si aprono e i passeggeri si riversano sulla banchina del 20 bis. Comincia così la solita processione, un cammino di circa 300 mt, dal binario alla stazione. Mauro però si accorge subito che la stazione è silente, come se il treno fosse arrivato a notte inoltrata. Quella totale assenza di voci, di suoni è glaciale. “Oh, ma che cazz?!” dice Mauro. In realtà, parla tra sé e sé ma, non volendo, ha parlato ad alta voce. Finalmente arriva al varco.

“MUOVETEVI! CORRETE!” urla un agente. “VE NE DOVETE ANDARE”.

Mauro è  nel panico. Non capisce più niente, corre verso l’uscita inseguito dai suoi compagni di viaggio. Tra di loro una donna di circa 70 anni che si affretta a fatica: è veramente impaurita. C’è anche Chiara, una ragazza che Mauro conosce. La sente piangere. Chiara scappa, la donna fugge, tutti se la danno a gambe.

Non si sa come, sono fuori. Soprattutto non sanno da cosa stessero scappando ma il pensiero per tutti era uno, solo uno: è successo! L’Isiss ha attaccato Roma.

Tornato a casa Mauro non impiega molto a capire cosa sia successo. Alla madre racconta tutto ridendo, per farla stare tranquilla ma a Francesco, suo amico da una vita, confessa: “Mi stavo a fa sotto”.

Questo qui su è uno scenario che ho immaginato leggendo quanto raccontato da Primonumero, quotidiano del basso Molise (link: http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=21199). L’incidente, se così, possiamo definirlo è avvenuto qualche giorno fa quando un uomo armato di fucile giocattolo ha scatenato il panico, senza volerlo.

Il dispositivo di sicurezza, a seguito della segnalazione di una donna, si è attivato. I treni sono stati fatti evacuare, tranne il convoglio proveniente da Campobasso. Quando i molisani sono stati fatti uscire, ignari di tutto, hanno trovato alcuni uomini delle forze dell’ordine che gli intimavano di abbandonare la stazione. Un episodio che ha turbato i molisani i quali, ancora una volta, si sono sentiti messi da parte. Insomma: l’ultima ruota del carro.

Da Roma commentano che al momento dell’arrivo, la stazione fosse già sicura e che l’allarme fosse rientrato. Ad ogni modo, è un dato di fatto, che i miei comterranei siano rimasti abbandonati e che non abbiano trascorso un bel quarto d’ora.

Ho provato ad immaginare cosa avrei fatto io e la risposta è stata solo una: sarei entrato nel panico. Ma, ammettiamolo, chi non lo avrebbe fatto? Insomma, i fatti di Parigi hanno spaventato un po’ tutti. Credo sia ingiusto minimizzare quanto accaduto a Roma. Il treno in arrivo al 20 bis, stando a quanto riferito dai giornali, era abbandonato. Non possiamo biasimare i molisani e nemmeno negare che qualche errore sia stato commesso.