Diario di bordo: Sofia, un viaggio a budget limitato

Scrivere di un viaggio vuol dire condividere con i propri lettori gli aspetti più importanti di quella capatina fuori dalla normalità. Riassumerne l’esperienza.

Tuttavia, non è sempre così facile scegliere la chiave di lettura o tagliare fuori qualche aspetto così ho deciso semplicemente di non farlo. Racconterò i miei quattro giorni a Sofia in diversi appuntamenti.

Detto questo, cominciamo. Perché Sofia?
Rispondere a questo interrogativo non è difficile e non lo è stato nemmeno quando mi veniva chiesto, a pochi giorni dalla partenza. Sembrerà una pensiero ignorante, poco profondo o scarsamente meditato ma la realtà dei fatti è che la capitale bulgara (come tutta la Bulgaria) è economica.

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Le terme di Sofia

Io e i miei amici abbiamo deciso di partire a pochi giorni dalla conclusione delle vacanze natalizie, un breve lasso di tempo durante i quali tra regali, tombole, cene, aperitivi e feste i soldi vanno via. E, siccome non volevamo rinunciare a niente una sera abbiamo fatto una cosa facile facile: abbiamo confrontato il costo dei voli. Sofia ha vinto.

Selezionata la vincitrice quindi abbiamo cominciato a fare qualche ricerca in rete e presto abbiamo scoperto che non era solo RyanAir ad essere economica bensì tutto il viaggio avrebbe inciso marginalmente sul nostro budget. Pare infatti che in Bulgaria sia proprio il costo della vita ad  essere basso e questo naturalmente rende il paese balcanico meta per tutti i viaggiatori low cost.

Devo ammetterlo: le nostre aspettative non sono state deluse. Per quattro pernottamenti, in una suite con cucina, io e i miei tre amici abbiamo pagato la modica cifra di 164.83 € ovvero 41,20 € a persona.
Naturalmente abbiamo pranzato e cenato quasi sempre fuori, fronteggiando una spesa media di circa 50€ ovvero 12,50€ pro capite.

a34a362d-6cea-449a-be86-f73673237d86Girare il centro di Sofia non è difficile. Quasi tutte le attrazioni si concentrano intorno ad un’unica area tuttavia i mezzi pubblici possono risultare utili (per raggiungere l’hotel, il ristorante o altre mete). Bene, anche in questo caso il costo del biglietto asseconda il trend generale: circa 80 centesimi di €cadauno. La metà di quanto siamo abituati a pagare a Roma.

Se invece volete darvi qualche aria (o semplicemente non vi trovate in una zona servita dal trasporto pubblico, che non è proprio di facile interpretazione) potete salire a bordo di un taxi affrontando un costo medio che oscilla tra i 5 e i 10 € totali.

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La Galleria nazionale d’arte

Per nostra scelta, abbiamo evitato musei tuttavia nel nostro ultimo giorno di vacanza abbiamo pensato di fare un salto alla Galleria d’arte nazionale, che ha sede nell’ex palazzo reale bulgaro. Anche in questo caso, il tour ha avuto un costo iniquo: 2 € a testa. Infine, sono molte le attrazioni gratuite come il Free Sofia Tour (ma di questo ne parleremo prossimamente).

Dunque è chiaro: Sofia è una meta economica per tutte le tasche, soprattutto quelle meno piene.

Alla prossima “puntata“.

 

Spotify: ad ogni brand la sua campagna

È tempo di statistiche, di chiusure di esercizi e di ringraziamenti. Dicembre non è solo il mese di Natale, dell’arrosto in famiglia e della tombola. Il dodicesimo mese dell’anno è anche il periodo in cui management aziendali tirano le somme su quanto è stato fatto, si potrebbe fare e – perché no – ne approfittano per ringraziare clienti, fornitori e quant’altro. Insomma: è la resa dei conti, in tutti i sensi.

È proprio in questa cornice che Spotify, una delle piattaforme di streming musicale più conosciute al mondo, ha emanato una campagna di ringraziamento insolita. “Grazie, 2016. È stato strano” recita il payoff della campagna che ha colpito esperti di marketing e ha attirato le simpatie dei consumatori.

La campagna outdoor (descritta dettagliatamente da Ninja Marketing) riporta con una seria di infografiche le curiosità dell’anno in via di conclusione. Ne sono un esempio i messaggi come: “Alla persona di NoLIta (quartiere nel borough di Manhattan) che ha iniziato ad ascoltare canzoni di Natale a giugno, davvero canticchierai fino alla fine?” oppure “A te che hai ascoltato “Sorry” ben 42 volte il giorno di San Valentino, che cosa hai fatto?“.

Quesiti diretti a singoli ascoltatori o a fasce di ascoltatori che hanno stupito per l’originalità. In effetti, c’è da ammetterlo, ma il team ideatore ha fatto davvero un lavoro eccellente tuttavia non possiamo non chiederci: ma se il brand Spotify fosse risultato un po’ più antipatico quali sarebbero stati gli effetti sortiti da un’idea così irriverente?

La compagnia sarebbe stata sicuramente accusata di violazione della privacy e gli users sarebbero insorti con messaggi che avrebbero imputato probabili colpe al colosso come violazione della privacy, mancanza di rispetto e quant’altro ancora.

Non c’è dubbio: il dipartimento marketing e comunicazione (che avrà sicuramente fatto teasing prima del lancio ufficiale) si è assunto un grosso rischio poiché la posta in gioco poteva era alta. Tuttavia la faccenda conferma una regola nota agli addetti ai lavori: ad ogni brand la sua campagna. Sembrerà ovvio ma non lo è…

Chi pianifica non gode

«La gente come me pianifica tutto perché sa che le cose non andranno come le ha pianificate».
«Non capisco».
«Tu progetti una cosa, no? E sai già che non andrà così»
«E allora perché perdi tempo a pianificare, Marco?» chiese Gloria.
«Perché, pianificando possono esserci delle variazioni. Ok? Ma se non pianifichi allora non avrai il controllo su niente…»
«Sei malato»!
«Lo so. Vado a fare il caffè».

Era strano. La maggior parte delle loro conversazioni finiva con la resa di uno dei due; non si pigliavano; avevano una visione del mondo che combaciava in pochissimi punti eppure Marco e Gloria erano amici da anni.
Lei istintiva, lui pesato ma entrambi membri del club “Fan dei film mentali”.

Marco era tornato a Roma dopo qualche mese di assenza. Viveva a Perugia dove stava seguendo un master e aveva deciso di approfittare di un corso di formazione per ritornare in quella grande città che lo aveva stregato; un amore maledetto di quelli in cui stai bene e male contemporaneamente.

Nella piccola cucina di Gloria, la moca gorgogliava per avvisare che il caffè era pronto. «Sarà di sicuro acquetta…» attaccò Gloria.
«Oh, senti, non cominciare. Se tu vuoi l’effetto cocaina non è colpa mia! Piuttosto che facciamo stasera»?
«Andiamo in centro. Anche se con ‘sto tempo…» rispose Gloria, scostando le tendine blu dalla finestra. «Non promette troppo bene. Guarda il cielo»!
«E prenotiamo una Enjoy. Al rientro ce ne torniamo con una macchina così sicuro non ci infradiciamo nell’attesa del notturno».
«Ok» convenne Gloria, che però non sembrava troppo convinta.

La sera trascorse abbastanza velocemente. Avevano progettato un dopocena tranquillo e così fu. Poi la coppia di amici decise di tornare a casa. Cominciò a piovere e Marco, giusto in tempo, si accaparrò una di quelle 500 rosse.

Entrarono in macchina. Marco si sentiva un po’ strano. Aveva guidato  e guidava ma a Roma era la prima volta e, purtroppo, non riusciva a togliersi quel blocco tutto provinciale del “e se non sai la strada?”. Mise in moto il motore, uscì dal parcheggio e si avviò verso la strada consigliata dal navigatore.
RDS suonava qualche canzone anni ’90 quando, improvvisamente, Marco e Gloria si persero. Tra una chiacchiera e l’altra mancarono una traversa e rimasero incastrati in una strada a senso unico; il GPS si incartò come un adolescente alla lavagna, durante l’interrogazione di fisica, e i due si trovarono a girovagare per una Roma vuota e bagnata.

Ad un tratto lo videro. Bello, immenso, affascinante. Il Colosseo in tutta la sua imponenza.
«Che figo» disse Gloria, pronta a scattare una foto.
«Trova la via di casa col telefono» la zittì Marco, nervoso.
Gloria, conoscendo Marco non rispose. Impostò il navigatore del cellulare invano. I due GPS davano indicazioni sbagliate e la 500 rossa finì per circumnavigare l’anfiteatro mostrandolo ai due in tute le sfaccettature.

Poi, non si sa come, si trovarono sulla retta via. Erano nei pressi di Piramide quando Gloria disse a Marco di accostare. C’era una caffetteria  e decisero di entrare per mangiare un dolce. Furono sorpresi quando videro che quel posto, di notte, vendesse solo alcolici. Costosissimi alcolici.
Ripiegarono su un classico (e inaspettatamente caro) calice di vino. Lo bevvero con calma e uscirono in silenzio. Erano stati truffati e, per di più, qualcuno aveva pure preso la macchina. Erano a piedi, sotto la pioggia.

Cominciarono ad imbeccarsi come al solito; un ping pong intervallato dalla continua proposta di Marco: «Vedo se c’è un’altra Enjoy in zona»?
L’uno accusava l’altro finché una saetta squarciò il cielo. Stava per peggiorare la situazione e Gloria disse: «Trova una cazzo di macchina. Ora»!

Fu come vedere un’oasi nel deserto. Entrarono dentro la Fiat e tornarono a casa. Salirono i cinque piani in silenzio finché Marco disse: «Se solo avessimo pianificato…»
«Non avresti avuto una bella storia da raccontare» chiuse Gloria.
A Marco non resto che ammettere la sconfitta in silenzio. Perché, lo sapeva, se avesse dichiarato la resa, Gloria avrebbe gongolato terribilmente.

Social Media e Customer Service un connubio obbligatorio

Immaginate di incontrare un amico, salutarlo e chiedergli come va. Lui vi guarda e passa oltre. Voi vi indignereste; pensereste che questo vostro amico sia maleducato e magari gliene direste pure quattro.

Immaginate, ora di contattare questo amico su Whatsapp. Gli ponete le stesse domande e lui visualizza ma non risponde. In tal caso (non si sa per quale strana ragione) tenderemmo a giustificarlo anche se – sotto, sotto – un po’ di rancore lo coveremmo.

Ancora, immaginate di entrare in un negozio, rivolgervi al commesso e chiedere delle informazioni su un oggetto in vetrina. Questi si volta e va via senza rispondere a nessuna delle vostre domande. Vi infuriereste, cerchereste un collega o un superiore e sicuramente non comprereste più in quel negozio.

Online, a differenza di quanto sareste disposti a fare con il vostro amico che visualizza e non risponde, mettereste quel negozio nella black-list. Insomma: se contattaste un e-commerce per chiedere delle delucidazioni su un dato prezzo e non riceveste alcuna risposta alla vostra e-mail, dareste un brutto voto al servizio clienti di quel negozio e finireste per comprare altrove. In caso il negozio (o l’azienda produttrice) avesse anche una pagina Facebook e vi sentiste abbandonati, dopo aver appreso che il vostro messaggio è stato letto, mettereste definitivamente una croce su quell’impresa. Vale a dire: portereste i vostri soldi altrove.

Non è difficile capire il meccanismo alla base di questo comportamento: ci piace acquistare nei posti in cui sappiamo di trovare adeguata assistenza e, su internet, questo fenomeno viene ingigantito dal timore di essere truffati.

C’è una soluzione?
Certo che sì!
Per cominciare, un buon customer service, che non abbandoni mai le richieste “pendenti” da parte di clienti e di potenziali tali, è la base. A questi però va aggiunto un buon lavoro di Social Media Management ovvero una proficua gestione dei social network. Perché, vedete, manutenere un social network non vuol dire solo aggiornarlo costantemente e quindi creare contenuti virali che coinvolgano il pubblico (o i pubblici). Essere un social media manager vuol dire monitorare le conversazioni; ciò implica rispondere anche alle domande di utenti che cercano risposte, ci sfidano e talvolta vogliono anche insultarci. Essere un social media manager  non è poi così difficile ma, sia chiaro, richiede tempo e dedizione perciò – se sapete di non poter “stare dietro” ad un account Instagram o ad una pagina Facebook, chiudetela oppure pagate qualcuno per curarla perché quelle lì sono le vostre vetrine e il social media manager è il vostro commesso, il vostro customer service.

Può il paywall salvare l’editoria locale?

Ancora brutte notizie per il mondo dell’informazione: stando ad un rapporto di Coop negli ultimi anni c’è stata una vera e propria fuga dai giornali a pagamento in favore delle versioni gratuite online delle stesse testate.

20 miliardi annui. Secondo le stime di Coop è questa la cifra che le famiglie italiane riuscirebbero a risparmiare dalla fruizione gratuita di contenuti quali musica, film in streaming on demand e news. Ma chi ci rimette?

Non è una novità (visto il numero di chiusure e cessate pubblicazioni) tuttavia appare chiaro che a pagarne lo scotto maggiore sono i giornali. Dal 2014 al 2016 i giornali italiani hanno perso una media di 150 mila copie giornaliere; percentuale questa che ovviamente si riflette sul mercato del lavoro e di conseguenza sul servizio reso al pubblico.

Per tutti questi motivi, editori, giornalisti, economisti eccetera si stanno interrogando cercando di trovare la risposta alla domanda che affligge il mondo dell’informazione: come tornare a monetizzare le news?

Il paywall è una delle risposte: un abbonamento online che consente al lettore, una volta inseriti un login ed una password, di accedere a contenuti extra come reportage, interviste, inchieste e via dicendo. Un esperimento quello del paywall che sembrerebbe fruttare per giornali come Il Corriere della Sera (che sarebbe passato dalle 40 mila copie del 2013 alle 50 mila del 2016) e Il Sole 24 Ore schizzato dai 10 mila ai 70 mila abbonamenti in tre anni.

Ci si chiede dunque: può il paywall salvare l’editoria locale?
In tutta onestà, contrariamente a quanto si direbbe, io credo di sì. Ad una condizione, però: che il servizio reso valga la pena di essere pagato. Lungi da me voler salire in cattedra (solo perché, occupandomi di altro, sarei al coperto) tuttavia credo che, soprattutto nei piccoli giornali, dovremmo sperimentare di più, cimentarci in sfide più grandi di noi e – perché no – cominciare a prendere davvero esempio da chi, con gli abbonamenti, è riuscito a salvarsi dal default. Allora ben vengano i contenuti multimediali, le collaborazioni con gli esperti, i contenuti speciali e perché no anche il public editor (ne tornerò a parlare).

Non sarà immediato ma… nobody said it was easy!

#Fertilityday: se accetti sei un coglione

È già passato qualche giorno da quando la ministra Beatrice Lorenzin ha chiesto ai creativi d’Italia di prestare le proprie competenze gratis per la campagna del prossimo #Fertilityday (ne ho parlato qui) e so che oggi siamo già concentrati su altro. Ci stiamo già sdegnando per qualche nuova ragione tuttavia da addetto alla comunicazione (e quindi creativo) non ce la facevo ad andare avanti così, senza troppo sforzo.

Ho pensato perciò di contattare dei ragazzi che passarono alle cronache per un’irriverente campagna contro la manovalanza del mondo 2.0: i freelance. Ricordate la campagna #coglioneno?

Provo a rinfrescarvi la memoria.

Il messaggio è chiaro: se paghi il tuo idraulico, il tuo giardiniere, il tuo antennista perché non dovresti retribuire il tuo grafico? O il tuo content manager?
E allora Egregio Ministro perché non dovrebbe pagare i creativi che lei vorrebbe assoldare per il Ministero che dirige?

Di qui l’idea di fare una breve e rapida intervista ai ragazzi di Zero.

Da quando avete lanciato #coglioneno sono passati più di due anni. Com’è cambiato nel frattempo il mondo del lavoro secondo voi?
Male.

Consigliereste il freelancing?
No.

Le partite IVA continuano ad annaspare. Cosa potrebbe fare il governo per agevolare i liberi professionisti?
Molto.

#Fertilityday o #Fertilityfake. Quali le pecche delle due campagne?
T
utte.

Come commentereste le ultime dichiarazioni della Ministra Lorenzin,
che avrebbe invitato i creativi a prestare servizio gratuito?
Mavaffanculostronza.

Pare che qualche collega abbia risposto all’appello della Lorenzin.
Che ne pensate a riguardo?
coglioniSi.

Avrei voluto un’intervista più corposa ma, vedete, non sono riuscito a pagarli nemmeno in visibilità. Ad ogni modo, il messaggio di questi giovani professionisti è chiaro. No?

Perché rimpiango un catorcio…

Tutti abbiamo guidato un catorcio. O, almeno, tutti avremmo dovuto farlo. Perché un catorcio sarà pure lento, rumoroso e un tantino imbarazzante ma fa fico. Un rottame serve per imparare a guidare ma soprattutto serve per vivere avventure.

Ci ripensavo oggi, mentre prendevo un caffè con un’amica. Entrambi siamo stati al volante di un catorcio. Anzi, lei lo possedeva. Io usavo quello di mia madre. Lei guidava una Fiat Uno (bianca!) immatricolata nel 1991, io una Panda blu (anzi una Panda Jolly, perché faceva differenza, al tempo).

Ricordo, per esempio, quando il giorno dopo di una disastrosa scampagnata io, questa amica e un altro nostro compagno di disavventure tornammo sul luogo del delitto per chiudere la porta di una baita che era stata scardinata (questa è un’altra storia buffa) e pioveva a dirotto. Era giugno ma l’acqua cadeva copiosa e praticamente rientrammo in macchina come se avessimo fatto una doccia. Il prato era bagnatissimo e con la mitica Uno avemmo la geniale idea di cominciare a fare rally sul prato finché la Fiat cominciò a puzzare, un odore stranissimo che difficilmente saprei descrivere.

Non scorderò mai quando, tornando da Isernia, decisi di sorpassare un camion betoniera sulla statale. Eravamo in discesa ma Jolly (era così che chiamavo il Pandino) era stracarico. Sui sedili sfondati sedevamo in cinque e il motore non ce la faceva così, vedendo che l’affiancamento era troppo lungo, andai nel panico e urlai: “Spingiamola!”.
Cominciai ad agitarmi ed ondulare verso il parabrezza, come se fossi su un’altalena, e i miei amici (idioti pure loro) mi seguirono a ruota. Credo che l’autista del grosso camion, vedendo quella scena si impietosì, rallentò e ci fece rientrare.

Ancora, è passata agli annali l’auto-tamponamento che provocai quando, dando le indicazioni alla solita amica, continuavo a dirle che – facendo retromarcia non avrebbe urtato Jolly. Anche se miscredente, lei seguì le mie direttive e strusciò contro Jolly che fece un movimento stranissimo. Oscillò maledettamente. “E mo? Vediamo se t’ho fatto un danno!” mi disse Clara.
“Ma zitta! Semmai il danno l’ho fatto io. Andiamo a farci il brachetto che c’aspettano”.

A 18 anni io e Clara avremmo voluto una macchina figa. Avremmo voluto trovare un veicolo infiocchettato fuori al liceo, dopo la maturità. Ci sarebbe piaciuto poterci spingere oltre i 70 Km di distanza con la nostra diligenza ma non potemmo mai farlo.

La mitica Uno abbandonò Clara al primo anno di università; la mia al secondo. Forse, andando in pensione, avranno voluto farci capire che gli anni dell’adolescenza erano finiti. Forse abbiamo concorso alla loro fine. Forse… Tuttavia di sicuro c’è che oggi non rimpiango il fatto di non aver avuto una berlina. No! Se avessi avuto una vera macchina non avrei avuto tutti questi ricordi e molti altri ancora.